La parola accessibilità rappresenta un orizzonte infinito di prospettive.
Riguarda tanto la dimensione digitale quanto il diritto a vivere e fruire dei luoghi e dei servizi offline senza letture abiliste e visioni cristallizzate.
In particolare, oggi questo orizzonte si intreccia con l’uso dell’intelligenza artificiale. Richiede di sondare la relazione, e semmai il dialogo, tra accessibilità e IA nell’utilizzo e nella creazione dei contenuti.
Il termine accessibilità è collegato alla radice latina del verbo “ad-caedere” che significa camminare vicino, avvicinarsi.
Eppure, se ci fermiamo a riflettere, nella maggior parte dei casi, siamo costretti a rendere ovvio, a tradurre un significato che è insito nella parola stessa.
Ma online e offline si verifica un paradosso. Tutto quello che viene realizzato per offrire soluzioni e soddisfare richieste, si allontana dalle persone che dovrebbe raggiungere. Crea, in pratica, la Babele della “fanta-accesibilità”.
In questo articolo non troverai le regole per migliorare l’accessibilità web del tuo sito o dei contenuti. Piuttosto, potrai accedere a un’analisi più sottile su come preservare il significato di accessibilità quando usiamo le tecnologie innovative. Magari, alla fine di questa lettura, avrai un’angolazione diversa per evitare di confondere la semplificazione all’osso con ciò che è accessibile.
L’intelligenza artificiale garantisce l’accessibilità di un contenuto?
Affidare all’intelligenza artificiale la garanzia dell’accessibilità è un equivoco che nasce dall’illusione di completezza. Può supportarci nel processo di progettazione. Può essere utile nella fase di sperimentazione per guidare il brainstorming e valutare cosa funziona più o meno. Ma da sola, la macchina non ha la competenza diretta e pratica per fornire le soluzioni e il disegno completo di come un contenuto, la sala riunioni o la conformazione di un’aula sono accessibili.
Siamo così ossessionati dalla performatività tanto da scambiare l’efficienza con la velocità delle macchine. Infatti, non perdiamo tempo nell’assegnare all’intelligenza artificiale il compito di rendere fruibile qualsiasi testo o documento. Rinunciamo all’investimento della nostra attenzione, cura e creatività, sicuri che c’è una soluzione robotica che lavora meglio.
Ma l’abbattimento dei costi cognitivi, attentivi e temporali non è sinonimo di qualità. Lo si capisce dalle parole di Valentina Tomirotti in un passaggio di un suo post e articolo- Non chiamatela lentezza – “la velocità non può essere ancora considerata una virtù e la lentezza una perdita di tempo”.
Nel paragonarsi ad una macchina è naturale avvertire lo svantaggio. Le valutazioni di questa deduzione sono dovute al fatto che ragioniamo pensando che qualcosa funziona solo se tutto fila liscio, se si eliminano i difetti e le vulnerabilità. In automatico rischiamo di perdere il senso e il valore dell’accessibilità.
L’accessibilità non ha a che fare del tutto con la velocità. Accessibile significa riuscire a sentire, intercettare e centrare i bisogni, le richieste e le aspettative di un ampio pubblico.
Semplificare un testo con l’IA lo rende accessibile?
La domanda nasce spontanea e i dubbi che ne derivano lo sono altrettanto.
In questo quesito si rileva l’automatismo nell’associare l’accessibilità alla semplificazione. Ma rendere semplice qualcosa non equivale a trasformarlo in accessibile. In questa distinzione netta l’IA si pone a metà strada. Fornisce, anzi l’assist all’impazienza di chi cerca informazioni immediate.
E poichè la trappola della velocità è dietro l’angolo come comunicatori e, soprattutto formatori, cadiamo in pieno. Nel lavorare alla creazione di una brochure o di un banner, di una dispensa o di un microtesto crediamo sia necessario tagliare. Decidiamo di togliere anche la creatività e il pensiero tanto il risultato dovrà essere telegrafico, semplice.
Ok la validità della regola del “less is more” ma bisogna capire come si toglie il superfluo. Nel voler tagliare, per rimanere nel range di pochi caratteri, sacrifichiamo la chiarezza e il ragionamento che c’è nel processo. Per chi forma, subentra la responsabilità civile ed etica dei valori e delle parole che condivide. Una persona che forma non può affidare una propria responsabilità e rischiare di alimentare le allucinazioni algoritmiche, la distorsioni dei significati e della valenza non solo delle parole ma anche di alcune tappe che sono necessarie per la crescita e l’evoluzione umana.
Il filosofo Miguel Benasayag ha parlato di colonizzazione algoritmica per spiegare che ciò che genera l’IA così come i social non sono semplici bias di conflitto, bensì violenza senza confronto.
Accade quando i contenuti non sono studiati per essere accessibili ma solo per alimentare rumore, generare polarizzazioni anziché dialogo e illuminare le menti.
La confusione attorno alla semplificazione e alla personalizzazione dei contenuti. Questione di angolazioni diverse
C’è un’altra trappola oltre a quella già vista di semplificazione e accessibilità. Si tratta della confusione tra l’idea di semplificare e quella di personalizzare. Spesso si crede che sia sufficiente la semplificazione per far sì che uno spazio, un contenuto, un servizio o un corso funzionino. L’IA può semplificare ma non riuscirà a personalizzare. Anche se le fornisci tutte le indicazioni del contesto, le manca l’esperienza che conosce le sfumature che fanno l’eccezione alla regola.
Quando semplifichiamo un contenuto, stiamo lavorando sulla riduzione degli strati di complessità per distribuirlo ad un profilo standard, che rispecchia delle caratteristiche tipo e che rientra in una descrizione stereotipata. Lo stesso meccanismo, con altre parole, lo puoi riprendere nel topic della scrittura empatica nel Sentimental Marketing. Il contenuto rimane senza il guizzo del pensiero critico. Non c’è l’ombra di contraddizioni e ripensamenti.
Perciò a fare la differenza è la personalizzazione. Pensiamo a quando siamo chiamati a realizzare contenuti e materiali di studio e di lavoro per persone neurodivergenti. Non tutte le persone con autismo hanno gli stessi tratti, non tutte le persone con una neurodivergenza sono uguali.
Si esce dall’impasse arriva quando si lavora sulla personalizzazione perché l’obiettivo supera la semplificazione. Il contenuto è reso fruibile in relazione alle potenzialità, alle caratteristiche e alle abitudini di chi lo riceve senza apprire uno standard.
Esiste un’accessibilità web e dei contenuti che vada bene per chiunque?
Questa domanda è insidiosa e rischia di guidare nel vicolo cieco della norma. Se pensiamo di trattare l’accessibilità dei contenuti come affronteremmo ciò che eleggiamo come canonico, stiamo perdendo il senso. È necessario, invece, pensare all’accessibilità come somma di criteri che si considerano e che bisogna adattare a chi si ha davanti.
Ad esempio, uno dei criteri che potremmo considerare è il carico cognitivo. Sapere come funziona la mente dei destinatari è un gran punto di partenza. Ognuno di noi ha una diversa soglia di attenzione. Se vogliamo evitare il sovraccarico di informazioni, dobbiamo imparare a sdoganare la visione semplicistica sull’accessibilità. Dobbiamo interrogarci in modo continuo su come migliorare i contenuti, le informazioni che si vogliono condividere affinchè chi le riceve possa gestire in maniera libera, autonoma ma comunque responsabile.
Un secondo criterio potrebbe essere il disegno della mappa delle emozioni e degli stati d’animo per scrivere testi in grado di ascoltare i bisogni di ciascuno.
Come si progetta un contenuto accessibile con l’IA fin dall’inizio
Possiamo ricorrere al supporto dell’IA, ma la nostra vera sfida, da comunicatori e formatori così come da educatori rimane quella di fare assumere una postura critica rispetto ai contenuti che circolano. Il rapporto tra accessibilità e IA si determina nella fase a più tappe di concezione, costruzione e sviluppo di un prodotto mentale.
Alla base di ogni contenuto accessibile ci deve essere la domanda “perché?”. Perché esiste quel contenuto e con quale scopo nasce.
Recuperiamo e sottolineiamo una competenza di cui abbiamo oramai troppo bisogno, dal momento che viviamo una vita liquida, un tutt’uno con il web. È l’answer literacy. Per rendere accessibile un prodotto o servizio abbiamo il dovere morale di chiederci il senso del contenuto prima ancora di divulgarlo.
Inoltre, esiste un’altra verità. Quando qualcosa la percepiamo come accessibile senza domandarcelo, abbiamo già fatto un nuovo progresso.
Qualche tempo fa su LinkedIn, a proposito della grammatica non verbale dell’inclusione, ho scritto che esistono forme di accessibilità che non hanno bisogno di etichette, striscioni o spiegazioni. Sono sufficienti un simbolo, un gesto, uno sguardo attento e capace di accorgersi anche di ciò che non si dichiara. E questa capacità di restare in ascolto di un bisogno, noi umani la possiamo allenare. È unica, è nostra e non può essere tradotta in un prompt.
