Tra qualche settimana studenti e studentesse di ogni livello di formazione torneranno tra i banchi. Con quale spirito è un segreto e con quali ricordi e motivazioni è un tabù.
I docenti che si occupano di disegnare la programmazione didattica ne sono coscienti. Sanno che trascurare l’umore di una classe, potrebbe segnare la buona riuscita del loro intervento educativo e didattico. Il sentiment che si respira è una combinazione di stati d’animo, di background sociale e culturale, di dinamiche relazionali e sociali di gruppo. Le sue coordinate rappresentano il termometro da prendere in considerazione per progettare un’esperienza formativa mirata sullo specifico contesto.
Tra i tanti contenuti in rete a supporto della progettazione di un percorso di studi formale e informale ci sono i riferimenti normativi, il come deve essere, le fasi per strutturare un percorso che forma. Ma quasi nessuno si domanda in maniera esplicita e preliminare “per chi sto progettando?”. Per chi progetti quando tu docente entri in aula?
Spesso trascuriamo questa domanda perché non vogliamo perdere il tempo per confermare la nostra velocità, produttività ed efficienza. Quello che mi capita di vedere è che nella programmazione si contano in modo assoluto tempo, produzione e risultati.
Le domande “con quali strumenti ‘“ e soprattutto “ i perché” sono delle formule accessorie. Al massimo, vengono adeguate e calibrate in corso d’opera, se non alla fine del percorso.
L’epilogo ci porta così a sottovalutare una realtà molto diffusa. La grande assente è la sostanza dell’apprendimento.
Tanto da far uscire allo scoperto il grillo parlante che è in testa e che chiede “perché si ricorda poco o niente di quello che apprendiamo?”
La programmazione didattica nasce dalle domande scomode
Tu che leggi avrai vissuto questa domanda sulla tua pelle decine di volte e avrai provato, magari, un senso di colpa. Anche se, prima di archiviare questa esperienza di disagio sarebbe servito battersi meno le mani sul petto. Avresti potuto, al contrario, dedicare maggiore tempo ad osservare le abitudini consumate del come si fa programmazione.
Perciò palla al centro e via a rimboccarsi le maniche per smantellare tutte le presunzioni di colpa. Infatti, le cause vanno ricercate tanto nel modus operandi della classe docente quanto in quello di chi si espone al processo della conoscenza.
Per questo, prima di decretare la resa educativa bisognerebbe domandarsi se è stato fatto tutto il possibile e come.
Le mie lezioni sono in grado di ingaggiare? Quali moduli tematici ho deciso di proporre e come li affronto?
Dall’altra parte bisognerebbe capire come studenti e studentesse maneggiano quei contenuti. Come li processano, se lo fanno e cosa restituiscono dopo il loro metabolismo.
Poi si pensa agli strumenti compensativi, alle facilitazioni, alle innovazioni del digitale che semplificano e danno valore estetico ai contenuti nella pratica.
Se manca un’architettura salda, pensante a monte non saranno gli strumenti di semplificazione a rendere i contenuti accattivanti, coinvolgenti e memorabili.
La tecnica della sottrazione nei programmi didattici, il meno funziona
Il principio che nella maggior parte dei casi guida la programmazione dei docenti è offrire il più possibile contenuti e materiali.
Si finisce per costruire programmazioni fitte, ricche di dettagli, impeccabili anche dal punto di vista della proposta. Ma malgrado questa abbondanza mancano di convertire il sapere in saper fare.
E come si può prevedere, tutto questo da fare non è sufficiente a scongiurare l’analfabetismo funzionale. E quello emotivo, quindi relazionale, a che posto li collochiamo?
Perciò come formatori e formatrici dovremmo compiere un lavoro di sottrazione certosina anzi quintiliana del “non multa sed multum”.
La qualità ha il primato sulla quantità. Quando ci facciamo muovere da questa massima smettiamo di insegnare con il pilota automatico. Desistiamo nel perpetuare la costruzione del curriculo one size, come direbbe il pedagogista Lucio Cottini. Proporre un’unica versione di un percorso di studi con schemi preconfezionati è avere la pretesa di adattarlo a tutte le persone. Si finisce in questo modo per scavalcare le considerazioni su chi sono, cosa vogliono e di cosa hanno bisogno. E ciò, di giorno in giorno segna la morte della libertà didattica e del pensiero divergente, cioè critico.
Autovalutazione del docente: la consapevolezza del proprio operato
Magari, ogni docente, prima di occuparsi delle stime del proprio lavoro didattico potrebbe concentrarsi sulla propria autovalutazione. Autovalutarsi è fare prevenzione sulla formazione. È una pratica analitica e puntuale per diventare custode del processo di apprendimento proprio e del gruppo classe.
Comporta l’allenamento della capacità decisionale e quindi di scelta. Significa avere il coraggio di mettere in discussione il “si è sempre fatto così”.
E per raggiungere questo livello di libertà d’azione è necessario lavorare sull’autoconsapevolezza della professionalità. È in grado di capire cosa può gestire e cosa no? Cosa è adatto alla sua classe e cosa no?
Tutte queste domande costituiscono dei micro passi verso la costruzione della sua reputazione professionale. Servono a costruire fiducia in classe, anzitutto, e poi a definire l’autorevolezza del ruolo del docente.
La media literacy del docente per filtrare prima di scegliere
Il docente ha quindi il potere di filtrare le informazioni da condividere. Diventa il primo gatekeeper della classe. È il guarda cancelli da cui passa ogni tipo di informazione.
Il suo compito è farlo con saggezza. Dapprima filtrare da solo in base alla sua esperienza, competenza e deontologia. Poi, si occupa di tramandare la tecnica alla sua classe per renderla autonoma, responsabile e libera.
Viviamo in un mondo liquido come suggerirebbe Baumann. Qui molti confini spaziali, relazionali, sociali, etici e comunicativi sono labili. Non è fatta eccezione per la distanza tra virtuale e reale, tra digitale e dimensione fisica.
Quindi, una competenza del docente imprescindibile è la media literacy. Il docente è primo a dover possedere l’alfabetizzazione di base alla lettura e comprensione delle informazioni che sono prodotte da qualsiasi mezzo di comunicazione e strumento tecnologico. Puoi approfondire l’argomento sulle competenze cognitive e IA. Ad essa si aggiunge la capacità di produrre le informazioni attraverso il ricorso agli strumenti tecnologici conoscendo i limiti, i rischi e le potenzialità.
E mentre si barcamena tra il ruolo di controllore e creatore delle informazioni assume un altrettanto ruolo etico. Si fa portatore dell’ownership della collettività.
Le competenze del docente nel preservare la creatività di una classe
Imparare richiede uno sforzo che nessuna macchina può assumersi. L’apprendimento funziona come una matrioska. Ogni bambola che estrai porta con sé la gavetta, gli errori, l’osservazione, l’esperienza sul campo e l’attesa.
Sarebbe facile saltare a due a due ognuno di questi gradini per arrivare prima. Ma a che prezzo?
Quello del carico cognitivo e della fatica da ricorso a scorciatoie artificiali, molto probabile.
La creatività e la proprietà unica dei propri pensieri e idee si preserva quando ogni paura si riconduce alla consapevolezza del “sapere di non sapere”. In particolare, davanti al sovraccarico informativo la figura del docente può guidare ciascun studente a trovare il modo per imparare ad imparare. Trasforma il sapere in saper fare.
Da dove si parte con un programma didattico?
A questo punto bisogna tradurre i buoni propositi in azione. Rispetto alle solite guide ministeriali e agli articoli di settore ci serve sapere da quali valori vogliamo partire. Quali imprevisti possiamo considerare e quali barriere e facilitatori fisici e ambientali ci faranno da faro.
Altrimenti, parlare di raggiungimento dell’autostima, dell’autoefficacia e della capacità di risolvere problemi rimane nebbia.
Non si può pretendere che da un giorno all’altro ogni componente della classe superi la timidezza, abbia la padronanza del proprio sè o l’autoregolazione emotiva.
Questi traguardi non sono slegati dai programmi didattici ma sono i valori dei programmi didattici. Sono il banco di prova per allenarsi a stare nella frustrazione, nel fallimento e nella complessità delle cose.
Come la programmazione didattica diventa sostenibilità educativa
Nel passaggio dall’analisi alla pratica possiamo esercitare la sostenibilità educativa. Un approccio che valorizza le risorse e non spreca energie. Rispetta senza dare per scontato i tempi di apprendimento di ogni persona.
D’altronde, il diritto allo studio di ciascuno si realizza in scelte didattiche accessibili, trasparenti e misurabili. Là dove la misura è concepita in relazione al confronto tra il prima e il dopo del cambio di paradigma.
E il grillo parlante che ti ha accompagnato fino a queste ultime righe lo sapeva già. Dietro alla domanda cosa ricordiamo, sarebbe meglio chiedersi: cosa resta delle scelte didattiche?
