Avete presente i claim di alcune scuole e università online?
Chi più e chi meno recitano così “Con noi non è mai stato così facile studiare!”.
Ora, ben venga che ci siano metodi e strategie per supportare il carico cognitivo e “l’imparare ad imparare” ma l’apprendimento non si può delegare. Apprendere richiede l’investimento di energie e risorse mentali per processare una certa dose di informazioni. Perciò, docenti e formatori sono chiamati ad osservare ed agire in risposta alla questione dell’attention economy e all’AI fatigue.
In questo articolo sarà mia premura riportare una riflessione su come in aula si possano aiutare le classi a imparare a gestire il carico di lavoro mentale, affrontare la questione della delega cognitiva e apprendere in maniera consapevole.
Cos’è il carico cognitivo e come funziona negli studenti
Negli anni ‘70 del ‘900 lo psicologo cognitivo John Sweller sviluppò la Teoria del Carico Cognitivo partendo da una domanda che quasi mai ci rivolgiamo e rilanciamo nei processi di apprendimento: “Come funziona la nostra mente?”.
Saperlo ci solleverebbe dallo spreco di energie poco funzionali, sensi di colpa e dall’autosabotaggio gratuito.
La mente in pratica lavora come una macchina. Segue delle procedure, al suo interno ci sono dei sistemi di montaggio proprio come una catena ma ha anche dei limiti. Il primo consiste nell’incapacità di processare più informazioni in contemporanea. Altrimenti andrebbe in tilt, tenendo conto che in base alle informazioni che processa, cambia il tipo di carico informativo che accumula.
Infatti, per molto tempo ha predominato la teoria cognitivista degli anni ‘60 secondo cui la mente è come un sandwich. Contano solo i processi mentali nell’apprendimento. Le altre dimensioni tipo quella sensoriale e motoria occupano invece la panchina della conoscenza. Per apprendere serve una mente efficiente, altre modalità non sono contemplate.
È così che il carico nasce dall’impegno nell’elaborare informazioni. Più sono complesse, maggiore sarà lo sforzo (carico intrinseco). La soglia di attenzione e la lucidità della mente nel prendere decisioni si ridurranno insieme alla capacità di creare collegamenti e reagire agli input. Anche il carico estraneo è legato alla natura confusa e poco chiara di alcune informazioni e consegne. Infine c’è il carico rilevante attraverso cui la mente decide in maniera intenzionale di approfondire alcune informazioni per trasformare la ricezione in apprendimento.
Affinché questa trasformazione avvenga è necessario che studenti e studentesse siano consapevoli del proprio stile cognitivo, degli schemi mentali che vengono applicati e delle caratteristiche dei compiti e informazioni che bisogna processare.
Cosa significa sovraccarico di informazioni?
Non è un segreto che le persone di tutte le età sono immerse in una dimensione di dipendenza dalle informazioni. Quotidianamente ci esponiamo a un flusso continuo di input informativi di qualsiasi genere attraverso i social media in primis e poi podcast e contenuti streaming. Quante volte di prima mattina, dopo ore di riposo notturno avete avvertito un senso di stanchezza dopo mezz’ora in cui vi siete circondati da stimoli di diversa natura?
Siamo talmente immersi in questo flusso da poterci autodiagnosticare una bulimia informativa.
A volte quel flusso assume le sembianze di una stagno dove si bloccano informazioni dalla qualità e bontà dubbia. E da stagno a sabbia mobile è un attimo. In questo pantano rimangono intrappolate soprattutto le giovani generazioni che ancora non hanno sviluppato o affinato il proprio senso critico. In assenza della capacità di filtrare le informazioni si espongono a un sovraccarico informativo che ha una doppia natura cognitiva quando emotiva.
Sotto l’aspetto cognitivo vivono i limiti strutturali della mente che si sommano alla carenza di competenze e strumenti sociali per processare gli input. Dal punto di vista emotivo non riescono a creare il giusto distacco da un certo tipo di informazioni. E quindi finiscono per rispecchiarsi in determinati contenuti se non, come accade in alcuni casi, a somatizzarli.
Come si può gestire il sovraccarico informativo?
Il sovraccarico informativo per certo non si affronta creando una bolla di vetro o attraverso il terrorismo digitale. La gestione nasce dalla conoscenza del proprio sé, di ciò che utile al proprio bisogno informativo, ai propri interessi e al tempo a disposizione.
Così facendo si ridurrà il senso di frustrazione, la sensazione di FOMO che induce molti a sentirsi esclusi da esperienze, eventi o da occasioni irripetibili.
Ciò richiede di assumere la padronanza del proprio sè più che il controllo. Mentre il controllo implica un atteggiamento contenitivo quasi di restrizione. Il dominio del sé indica una libertà matura e cioè, quella di riuscire a fare a meno dall’accumulo di dettagli e indizi. A volte coltivare un pizzico di sana ignoranza ( nel senso di ignorare) aiuterebbe a liberarsi dai preconcetti e a stimolare il pensiero immaginativo che prova a cercare, indagare e creare senza stare a processare.
Attention economy e delega cognitiva: cosa sta succedendo agli studenti
D’altronde al sovraccarico delle informazioni è collegata la penura di attenzione. L’attenzione degli studenti è limitata da sempre. Tuttavia, ad oggi il sovraccarico cognitivo, insieme all’esposizione perenne e acritica rispetto a qualsiasi fonte che offre stimoli, rappresenta una minaccia per l’apprendimento sano. Non si ha il tempo di gestire il cortisolo, l’ormone dello stress perché la pressione informativa e l’esposizione mediatica ha raggiunto un livello alto di saturazione. Talmente si è abituati a cogliere e maneggiare informazioni che si ha poca consapevolezza sul livello di rilevanza delle stesse.
Guadagnarsi l’attenzione degli studenti è diventato un’impresa molto ardua. Di sicuro entrano in gioco molti fattori quali la postura del docente, la sua capacità di coinvolgere e il modo con cui si costruisce la relazione educativa.
Ma è d’altra parte anche vero che si è persa l’abitudine di compiere azioni una per volta. La filosofia del multitasking ha preso il sopravvento sulla filosofia del “qui e ora” così come quella della produttività e del risultato hanno dato uno smacco alla didattica dell’essere. E a scuola quanto a casa gli studenti vivono un momento di continuo riflesso condizionato, come accade per i cani di Pavlov.
Anche quando non sentono jingle, suoni di notifica dei messaggi avvertono un miraggio acustico tanto da avere un’attenzione altalenante che oscilla ora su un input, ora su un altro. Da qui la difficoltà di sostare dentro un libro, di tornare dentro un pensiero e sviscerarlo e metabolizzarlo secondo i propri valori e le proprie prospettive.
C’è troppa fatica e a questo sforzo preferiscono l’anestesia gratuita del digitale. Insomma, davanti al bombardamento di stimoli il cervello risponde con un atteggiamento adattivo orientato alla sopravvivenza e cioè all’intenzione di delegare.
AI fatigue: perché lo studente smette di pensare?
Agli stimoli dei social da qualche tempo si aggiunge la dipendenza di studenti e studentesse dall’intelligenza artificiale. La solitudine sociale che provano sommata alla paura del fallimento li ha indotti ad acquisire una nuova abitudine. Si rifuggiano dentro una finestra di “dialogo” sempre disponibile. È paradossale come da una parte vivono l’ansia sociale del confronto tanto da isolarsi e dall’altro sono alla ricerca di un cordone ombelicale artificiale per non rimanere da soli.
L’IA è diventata un rifugio per ogni problema, assenza o mancanza.
D’altronde l’IA è efficiente, non dice mai di no. E quello che una generazione sempre più insicura ha bisogno è essere rassicurata e compiaciuta. Ma l’altra faccia della medaglia di questa compiacenza e risorsa infinita di sapere a cui attingere si chiama AI fatigue. È la fatica legata all’uso incessante dell’IA.
L’intelligenza artificiale risolve in cinque minuti rompicapo, risponde a dubbi, riassume capitoli, costruisce mappe, scrive per te un tema o ti prepara il discorso in vista di un esame. Ma in contemporanea restituisce altrettanti dubbi, domande e interminabili alternative. A questo punto scatta un corto circuito da cui è complicato risalire alla luce.
La mente entra in modalità sopravvivenza, si compie qualsiasi azione come via d’uscita pur di non pensare, pur di non attivare il cervello. Perché fare i compiti se c’è qualcuno che lo fa per te? Perché studiare, fare ricerche se in cinque minuti ti risponde in base alle richieste?
AI fatigue e la curva dell’apprendimento in classe
Nel breve periodo delegare all’AI può sembrare una scelta economica. Si risparmia tempo, si evita lo sforzo di pensare, si ottiene un risultato presentabile. Ma ciò funziona se si ha come unica intenzione eseguire il compitino.
Nel frattempo da docenti e formatori abbiamo regalato un’illusione e ci siamo ripetuti una bugia.
L’uso acritico e iterato del’IA senza un progetto, un metodo di ricerca e di verifica degli output conduce all’AI fatigue, cioè fatica silenziosa. Una stanchezza che nasce dalla perdita di plasticità del cervello che non si attiva più e si adegua a risposte già confezionate nel migliore dei casi oppure alla fatica di dover scegliere senza essere abituato a farlo.
L’IA nel sua intenzionalità efficiente propone molteplici risposte possibili dopo la prima risposta. Sta a chi è dall’altra parte della finestra di dialogo ricostruire il pensiero logico, definire il taglio, valutare se le sue intenzioni corrispondono con l’output fornito.
Altrimenti si attiva una spirale continua in cui si confondono le possibilità con l’efficienza. È un pò come quando si scambia la libertà di scelta con l’avere mille possibilità a disposizione. Si rimane nel limbo del libero arbitrio.
Sovranità cognitiva: cosa perdiamo quando smettiamo di sbagliare da soli
L’ illusione di efficienza a scuola preclude agli studenti la costruzione di un processo di apprendimento consapevole. Insomma uccide la funzione metacognitiva degli studenti.
Ogni studente perde l’opportunità di percorrere la curva del suo percorso di crescita. Come dice il nome stesso rimanda all’immagine di un tragitto che non ha nulla di lineare.
Qualche passo è incerto e lento, un altro acquista fiducia a seguito di momenti di frustrazione e paura. Ma in quel tempo in cui vengono investite tutte le energie possibili il cervello umano costruisce connessioni nuove, consolida schemi, sviluppa autonomia.
Rischiamo di perdere a lungo andare la sovranità cognitiva che serve a produrre un pensiero proprio, di tollerare l’incertezza e di attraversare l’errore.
Pedagogia dell’errore: l’errore come processo, non come fallimento
L’errore è come la peste. A scuola ci hanno insegnato in modo più o meno dichiarato che sbagliare comporta vergogna, isolamento, frustrazione. Sentimenti che nessuna persona vorrebbe vivere sulla propria pelle o sperimentare per lungo tempo.
Abbiamo il bisogno primordiale di essere parte di qualcosa, che sia un gruppo, un’idea o un progetto. Perciò, sbagliare non ci è consentito. Diversamente rischiamo di ottenere l’etichetta del fallimento. Figuriamoci se pensare in modo diverso dagli altri sia cosa bene accetta.
Si parla tanto di pensiero divergente ma ciò che la maggior parte delle scuole praticano è il mimetismo che significa conformarsi a un’idea, un metodo o procedura per essere accettati.
Ben venga, allora, la pedagogia dell’errore che incoraggia le cadute degli studenti. Là dove è possibile errare perché significa acquisire esperienza e quindi ottenere competenze.
Learning design per imparare ad imparare
Davanti a questo scenario, qual è il ruolo del docente?
Possiamo adottare e mettere in pratica il metodo del learning design. Consiste nel progettare attività didattiche che mettono al centro gli studenti per renderli protagonisti consapevoli del loro apprendere.
Al di là dell’inglesisimo, la progettazione dell’apprendimento non è nuova. Affonda le sue radici nel costruttivismo sociale, nella didattica del fare e in quella metacognitiva.
È attraverso la metacognizione che prende forma l’imparare ad imparare da soli e in gruppo. Si impara a coltivare e modellare la propria motivazione rispetto alla volontà e al piacere di conoscere. Per realizzare ciò, però, bisogna saper donare lo spazio del silenzio e delle pause didattiche.
Due momenti fondamentali in cui lasciare stagnare e poi germogliare le idee. In queste parentesi di tempo che sembrano sospese accadono tanti micro avvenimenti. Si metabolizza il processo, si stimola la riflessione e soprattutto la creatività nel rispetto della neurodivergenza. Si compiono operazioni di valutazione e in particolare di sottrazione del sapere. È qui che la persona decide cosa trattenere e cosa lasciare andare per nutrire la propria identità.
