Le Digital PR sono attività di pubbliche relazioni applicate all’ecosistema digitale con un obiettivo preciso: creare una ragione editoriale perché media, giornalisti, blogger, creator o altre fonti pertinenti parlino di un brand, di un progetto o di un tema collegato all’azienda. La pubblicazione, la menzione o il backlink arrivano dopo. Sono risultati possibili, non la definizione della strategia.
È una distinzione meno banale di quanto sembri. Negli anni l’etichetta Digital PR è stata applicata a comunicati stampa inviati in massa, guest post, link building, collaborazioni con influencer e articoli sponsorizzati. Attività che possono incrociarsi con le PR digitali, ma che non sono automaticamente la stessa cosa.
In breve: per capire se siamo davvero nel territorio delle Digital PR conviene verificare quattro elementi.
• Esiste una storia, un dato, un’informazione o un asset che abbia un interesse anche per qualcuno esterno all’azienda.
• La scelta dei media nasce dalla pertinenza editoriale, non soltanto dalla possibilità di ottenere una pubblicazione.
• Il rapporto distingue chiaramente copertura guadagnata e visibilità acquistata.
• I risultati vengono valutati rispetto a un obiettivo definito, non contando soltanto articoli e backlink.
Il punto, quindi, non è chiedersi subito dove possiamo pubblicare?. La domanda più utile viene prima: perché qualcuno dovrebbe voler raccontare questa storia?
Cosa sono le Digital PR
Le Digital PR portano online una parte del lavoro storico delle pubbliche relazioni: costruire rapporti con interlocutori capaci di dare visibilità e credibilità a una storia. Cambiano però i canali, si moltiplicano i soggetti coinvolti e aumentano le possibilità di osservare ciò che accade dopo una pubblicazione.
Una campagna può coinvolgere testate online, portali verticali, newsletter, podcast, blogger, giornalisti, creator e altre realtà editoriali. Non tutti hanno lo stesso ruolo. Un giornalista valuta una notizia secondo logiche diverse da quelle di un creator che partecipa a una collaborazione commerciale, così come una testata che decide autonomamente di riprendere una ricerca non equivale a un sito che vende uno spazio sponsorizzato.
Una definizione operativa delle Digital PR
Una definizione utile può essere questa: le Digital PR organizzano informazioni, relazioni e attività di outreach per aumentare la probabilità che soggetti terzi pertinenti riprendano spontaneamente una storia, un dato, un’opinione o un asset riconducibile al brand.
Questa definizione mette l’accento sul processo editoriale. L’azienda non controlla completamente il risultato: può costruire un buon asset, individuare gli interlocutori corretti e presentarlo nel modo migliore possibile, ma una copertura realmente earned resta sottoposta alla valutazione di chi pubblica.
Ed è proprio questo margine di indipendenza a distinguerla da molte attività paid.
Cosa non basta per parlare di Digital PR
Inviare un comunicato stampa non significa automaticamente fare Digital PR. Il comunicato stampa è uno strumento: può contenere una notizia interessante oppure diventare semplicemente un documento aziendale che nessuna redazione ha motivo di utilizzare.
Lo stesso vale per un backlink, per una collaborazione con un influencer o per la pubblicazione di un articolo. Per capire di quale attività stiamo parlando bisogna guardare al rapporto tra le parti, all’obiettivo e soprattutto al motivo per cui il contenuto viene pubblicato.
Comprare uno spazio editoriale può essere perfettamente legittimo. Ma resta pubblicità o contenuto sponsorizzato se quella è la natura dell’accordo. Cambiare etichetta non lo trasforma in earned media.
Digital PR, PR tradizionali, link building e influencer marketing: cosa cambia
Una delle difficoltà delle Digital PR è che vivono all’incrocio tra comunicazione, SEO, content marketing, media relations e creator economy. I confini non sono muri: una stessa campagna può coinvolgere più discipline. Però distinguerle serve, soprattutto quando bisogna capire che cosa si sta acquistando e quali risultati sia realistico aspettarsi.
Digital PR e PR tradizionali
Le PR tradizionali e le Digital PR condividono una base: relazione con gli interlocutori, comprensione del contesto mediatico e capacità di trasformare informazioni aziendali in materiale interessante per l’esterno.
Nel digitale si aggiungono nuovi soggetti, nuovi formati e una maggiore osservabilità del percorso successivo alla pubblicazione. Una citazione online può portare visite dirette, essere condivisa, comparire nei risultati di ricerca, generare discussioni e continuare a essere trovata mesi dopo. Questo rende più ampio il campo di analisi, ma non cancella il principio originario delle PR: bisogna avere qualcosa che meriti attenzione.
Digital PR, link building e link earning
Digital PR e link building possono produrre un risultato comune: un link verso il sito. Da qui nasce buona parte della confusione.
La differenza è nel punto di partenza. Nella link building il collegamento ipertestuale è normalmente uno degli obiettivi principali dell’attività. Nelle Digital PR si parte invece dalla storia e dalla copertura: un giornalista può citare il brand e inserire un link, può citare il brand senza link oppure può utilizzare i dati della ricerca nominando soltanto la fonte.
Quando il collegamento nasce perché una risorsa è stata ritenuta utile e degna di citazione, si parla spesso di link earning. È una dinamica molto vicina alle Digital PR, ma neanche in questo caso i due concetti coincidono perfettamente: una campagna può ottenere ottima copertura e nessun backlink.
Non è necessariamente un fallimento. Dipende dall’obiettivo.
Influencer marketing, advertising e placement sponsorizzati
Anche un creator può entrare in una strategia di Digital PR, per esempio come esperto, fonte, interlocutore editoriale o soggetto capace di amplificare una storia. Se invece esiste un compenso per produrre e distribuire un contenuto promozionale, siamo principalmente nel campo dell’influencer marketing o dell’advertising.
Lo stesso principio vale per gli articoli sponsorizzati e per la native advertising. Possono avere senso dentro una strategia di comunicazione più ampia, ma vanno identificati per ciò che sono.
Una distinzione pratica aiuta: nell’earned media la redazione conserva la decisione editoriale; nel paid media la visibilità nasce da un accordo economico. Una strategia può utilizzare entrambe le leve. L’importante è non confonderle.
Le differenze principali possono essere riassunte così:
| Digital PR | Link building | Link earning | |
|---|---|---|---|
| Obiettivo principale | Aumentare visibilità, reputazione e autorevolezza del brand | Acquisire backlink utili alla strategia SEO | Ottenere backlink spontanei grazie al valore dei contenuti |
| Attività tipiche | Media relations, comunicati, studi, dati, interviste, newsjacking, rapporti con giornalisti e creator | Outreach, ricerca di opportunità editoriali, partnership, contenuti e altre strategie di acquisizione link | Creazione di guide, ricerche, dati originali, strumenti e contenuti altamente citabili |
| Il link è l’obiettivo? | Non necessariamente | Sì, è uno degli obiettivi principali | È una conseguenza del valore del contenuto |
| Controllo sull’acquisizione | Medio | Relativamente alto | Basso |
| Benefici principali | Brand awareness, reputazione, traffico referral, menzioni e backlink | Autorevolezza del sito, backlink e supporto alla visibilità organica | Backlink editoriali naturali, autorevolezza e visibilità nel tempo |
| Rapporto con la SEO | Può generare segnali e backlink utili alla SEO | È una disciplina direttamente collegata alla SEO off-page | È una delle forme più naturali di acquisizione dei backlink |
I confini, però, non sono rigidi. Una buona campagna di Digital PR può diventare anche un’attività di link building quando le pubblicazioni ottenute contengono collegamenti al sito aziendale. Allo stesso tempo può generare link earning: una ricerca originale diffusa attraverso le Digital PR, per esempio, potrebbe essere ripresa e linkata spontaneamente anche da siti che non sono stati contattati direttamente.
Più che tre strategie concorrenti, quindi, è utile considerarle come tre concetti complementari: le Digital PR costruiscono relazioni e visibilità, la link building lavora sull’acquisizione strategica dei backlink e il link earning punta a creare qualcosa che meriti di essere citato.
La regola numero uno: prima della pubblicazione viene la notiziabilità
Si può avere la media list più aggiornata del settore, conoscere decine di giornalisti e scrivere email impeccabili. Se manca una storia interessante, però, il problema rimane.
La notiziabilità indica, in termini pratici, la capacità di un fatto o di un contenuto di possedere caratteristiche che lo rendono interessante per una redazione e per il suo pubblico. Non significa necessariamente avere una notizia da prima pagina. Significa offrire qualcosa che giustifichi l’attenzione ricevuta.
Che cosa può rendere interessante un asset per una redazione
Una ricerca proprietaria può funzionare perché rende disponibili dati che prima non c’erano. Il commento di uno specialista può diventare utile quando aiuta a interpretare un evento in corso. Un osservatorio periodico può trasformare dati interni in un indicatore leggibile dal settore. Un progetto territoriale può interessare una testata locale se produce un effetto verificabile sul territorio.
La forza non sta nel formato in sé. Un report di cinquanta pagine senza un dato nuovo può essere meno interessante di tre numeri capaci di mostrare un cambiamento reale.
Per questo la notiziabilità dovrebbe essere verificata prima di investire tempo nella distribuzione. Alcune domande aiutano: l’informazione è nuova? È rilevante adesso? Riguarda il pubblico della testata? Introduce un dato, un conflitto, una tendenza o una conseguenza concreta? Esiste una fonte che possa sostenerla?
Perché una buona media list non può compensare una storia debole
Fare outreach non significa inviare la stessa email a duecento indirizzi. Una media list ha valore quando rappresenta una mappa ragionata di interlocutori: chi tratta davvero il tema, con quale taglio, per quale pubblico e in quali formati.
Mandare un comunicato sull’e-commerce a un giornalista che si occupa di finanza solo perché lavora in una grande testata aumenta il numero degli invii, non le probabilità di copertura.
Vale anche il contrario. Un asset forte inviato alla persona sbagliata rischia di sparire nella posta in arrivo. Le relazioni contano, ma contano insieme alla pertinenza.
Come funziona una campagna di Digital PR, dall’idea alla copertura
Una campagna di Digital PR efficace non comincia dalla lista delle testate. Comincia dall’obiettivo. Solo dopo si costruiscono asset, interlocutori e attività di distribuzione coerenti.
Definire obiettivo, pubblico e asset
Il primo passaggio consiste nel chiarire che cosa dovrebbe cambiare grazie alla campagna. Ottenere attenzione su un nuovo tema? Rafforzare l’associazione tra il brand e una competenza? Portare una ricerca proprietaria nella conversazione di settore? Generare visite verso una risorsa?
Obiettivi diversi portano a campagne diverse. Se non vengono definiti in partenza, alla fine sarà facile dichiarare successo mostrando la metrica che è cresciuta di più.
Stabilito l’obiettivo, serve l’asset: la notizia, il dataset, il report, l’analisi, l’iniziativa o la voce esperta che offre alla campagna una ragione per esistere.
Scegliere media, giornalisti e interlocutori pertinenti
Il media mapping consiste nel collegare la storia alle persone e alle pubblicazioni che potrebbero realmente trovarla utile. Non basta classificare i contatti per nome della testata. Occorre osservare temi trattati, articoli recenti, pubblico, area geografica e tipo di contenuti pubblicati.
Una ricerca sui comportamenti di acquisto degli italiani potrebbe avere angoli diversi per una testata economica, un magazine retail o una pubblicazione dedicata all’e-commerce. L’asset rimane lo stesso; cambia ciò che lo rende rilevante per quell’interlocutore.
Costruire il pitch e gestire l’outreach
Il pitch non dovrebbe essere la versione abbreviata della brochure aziendale. Deve rendere immediatamente comprensibile perché quella storia possa interessare proprio a quel destinatario.
Oggetto chiaro, elemento notiziabile nelle prime righe, dati essenziali e possibilità di accedere rapidamente alle fonti sono spesso più utili di una lunga presentazione del brand. Se esistono materiali di supporto, dichiarazioni, metodologia della ricerca o contatti per approfondire, devono essere facili da recuperare.
Anche il follow-up richiede misura. Ricordare una proposta può essere utile; trasformare l’outreach in una sequenza automatica insistente difficilmente migliora una relazione editoriale.
Monitorare la copertura e amplificare i risultati
Dopo la pubblicazione il lavoro non è necessariamente finito. La copertura può essere rilanciata sui canali del brand, utilizzata dalla rete commerciale, inserita in newsletter o diventare il punto di partenza per ulteriori conversazioni.
È anche il momento in cui inizia la misurazione vera: non soltanto quante uscite abbiamo ottenuto, ma che tipo di uscite sono, quali pubblici hanno raggiunto e quali effetti osservabili hanno prodotto.
Esempi di Digital PR: quali asset possono meritare attenzione
Non serve essere una multinazionale per avere qualcosa da raccontare. Serve però evitare di trasformare ogni normale attività aziendale in una presunta notizia.
Dati proprietari, ricerche e osservatori
Immaginiamo una piattaforma che gestisce migliaia di richieste di preventivo e disponga di dati aggregati sufficientemente solidi. Anziché diffondere un generico comunicato sulla propria crescita, potrebbe analizzare come sono cambiate le richieste nell’ultimo anno, quali servizi mostrano variazioni significative e quali differenze emergono tra aree geografiche.
Il brand diventa la fonte di un’informazione. È un cambio di prospettiva importante.
Naturalmente i dati devono poter essere spiegati: origine, periodo osservato, metodologia, dimensione del campione e limiti. Un numero sorprendente senza contesto genera un buon titolo solo fino alla prima domanda del giornalista.
Commenti di esperti e temi di attualità
Non sempre serve creare una ricerca. In alcuni casi il valore sta nella capacità di interpretare rapidamente una notizia attraverso una competenza riconoscibile.
Un professionista della cybersecurity, per esempio, può offrire un commento tecnico su un attacco particolarmente rilevante; un esperto di commercio elettronico può spiegare le conseguenze pratiche di una nuova regola per le aziende del settore.
Il punto non è inserire il nome del brand a forza dentro una notizia. È offrire un contributo che renda migliore l’articolo di chi lo utilizzerà.
Storie, iniziative e reactive PR
Ci sono poi iniziative aziendali con un impatto esterno reale, progetti locali, partnership, analisi di fenomeni culturali o attività di reactive PR, cioè interventi costruiti rapidamente intorno a un tema entrato nell’agenda pubblica.
Qui la velocità aiuta, ma non deve diventare opportunismo. Inserirsi in qualsiasi notizia soltanto perché è popolare produce facilmente l’effetto opposto: il brand appare fuori posto.
A cosa possono servire davvero le Digital PR
Parlare genericamente di “più visibilità, più reputazione e più awareness” dice poco. Le Digital PR possono contribuire a obiettivi diversi, e la loro utilità dipende da quanto questi obiettivi sono stati definiti bene.
Una campagna può aumentare la copertura mediatica su un tema che l’azienda vuole presidiare. Può far conoscere una ricerca a un pubblico professionale specifico. Può generare traffico referral verso una pagina. Può creare nuove occasioni di relazione con giornalisti e pubblicazioni verticali. In alcuni casi può produrre link editoriali e citazioni online.
Può anche lavorare sulla reputazione, ma con una precisazione: la reputazione non nasce dal semplice numero di articoli pubblicati. Conta dove compare il brand, in quale contesto, associato a quali informazioni e con quale continuità.
Una menzione molto pertinente davanti al pubblico giusto può valere più di dieci pubblicazioni che nessuno dei potenziali interlocutori dell’azienda leggerà mai.
Digital PR e SEO: quando il backlink è una conseguenza, non il prodotto
È probabilmente il punto in cui Digital PR e SEO si incontrano più spesso. Una campagna può portare siti editoriali a citare e collegare una ricerca, un tool, un report o un altro contenuto del brand. Questi link possono essere interessanti anche sul piano della ricerca organica.
La frase importante, però, è “possono”. Non esiste una trasformazione automatica per cui qualche pubblicazione produce necessariamente un miglioramento delle posizioni su Google.
Link guadagnati editorialmente e link commerciali
Quando una redazione decide autonomamente di collegare una fonte perché è utile al proprio articolo, siamo davanti a una dinamica editoriale. Quando il link viene invece ottenuto dietro pagamento, prodotto gratuito o altro accordo commerciale, cambia la natura del rapporto.
Google Search Central include tra i link di spam quelli acquistati o venduti con lo scopo di manipolare il ranking e indica che i collegamenti pubblicitari o sponsorizzati possono essere utilizzati purché siano qualificati in modo appropriato, per esempio con gli attributi sponsored o nofollow.
Questo rende ancora più fragile l’idea secondo cui “fare Digital PR” significhi comprare articoli contenenti link da testate con metriche elevate. È un’altra attività. Può esistere in un media plan, ma va chiamata e gestita per ciò che è.
Copertura, pertinenza e traffico referral
Un link non serve soltanto ai motori di ricerca. Se compare in un articolo realmente letto dal pubblico giusto, può portare visite qualificate. E anche una citazione senza link può avere valore comunicativo quando associa il brand a un argomento rilevante.
Per questo valutare una campagna esclusivamente sulla base del numero di backlink restringe troppo il quadro. Bisogna osservare la qualità editoriale della copertura, la pertinenza rispetto al pubblico e ciò che succede dopo.
Cosa una campagna di Digital PR non può promettere alla SEO
Nessuna campagna seria può garantire una specifica posizione su Google semplicemente grazie alle pubblicazioni ottenute. Il ranking dipende da molti elementi e il controllo dell’attività PR su questo risultato è parziale.
Meglio quindi evitare formule come “cinque articoli per salire in SERP” o equivalenze tra la metrica proprietaria di un tool SEO e il valore reale di una pubblicazione. La qualità della copertura va letta dentro un contesto, non attraverso un numero isolato.
Come misurare una campagna di Digital PR senza fermarsi alle vanity metric
Le Digital PR sono misurabili.
Possiamo osservare output, outcome e impatto.
Output: che cosa è stato pubblicato
Gli output descrivono ciò che la campagna ha prodotto direttamente: articoli, menzioni, interviste, copertura, caratteristiche delle pubblicazioni, presenza dei messaggi chiave, eventuali link.
Sono dati necessari. Semplicemente, non bastano.
Dire che una campagna ha ottenuto venti uscite descrive un’attività. Non dice ancora se quelle uscite abbiano raggiunto le persone corrette o prodotto qualche cambiamento utile.
Outcome: che cosa è cambiato nel pubblico
Gli outcome spostano l’attenzione sulla risposta delle persone. A seconda dell’obiettivo possono entrare in gioco visite referral, ricerche del brand, iscrizioni, download, interazioni, richieste ricevute oppure indicatori di percezione e conoscenza misurati con strumenti adeguati.
Non tutte le campagne avranno accesso agli stessi dati. Proprio per questo le metriche devono essere scelte prima, sulla base dell’obiettivo, e non dopo guardando ciò che sembra più favorevole.
Impatto: quali effetti sono rilevanti per il business
Il livello successivo riguarda gli effetti che hanno importanza per l’organizzazione. Possono essere commerciali, reputazionali, istituzionali o legati ad altri obiettivi definiti in partenza.
Qui aumenta anche la difficoltà di attribuzione. Tra una pubblicazione e una vendita possono esserci numerosi altri touchpoint: ricerca organica, advertising, newsletter, passaparola, attività commerciale.
Perché l’attribuzione ha dei limiti
La tentazione è cercare una formula che assegni a ogni uscita un valore economico preciso. Nella pratica, però, correlazione e causalità non sono la stessa cosa.
Se durante una campagna crescono traffico diretto e ricerche del brand, il dato è interessante. Per affermare che siano cresciuti esclusivamente grazie alle Digital PR serve un livello di prova molto più alto.
Una buona misurazione non nasconde questa complessità. La rende visibile.
Digital PR e visibilità nelle AI: un’evoluzione da osservare senza promesse
Con la crescita dei motori di risposta e degli strumenti di ricerca basati sull’intelligenza artificiale, le Digital PR stanno entrando anche nella conversazione sulla cosiddetta AI visibility.
Il ragionamento è comprensibile: se un’azienda viene descritta in modo coerente e citata da fonti indipendenti pertinenti, aumenta la quantità di informazioni pubbliche attraverso cui il brand può essere contestualizzato sul web. Questo rende le Digital PR interessanti anche in un ecosistema in cui la visibilità non passa più soltanto dalla classica pagina dei risultati.
Il passaggio da questa osservazione alla promessa “più Digital PR uguale più citazioni nelle AI”, però, sarebbe troppo lungo.
I sistemi generativi cambiano, utilizzano processi differenti e non offrono una relazione deterministica tra una singola pubblicazione e una futura citazione. Meglio quindi considerare la presenza editoriale esterna come una parte di un lavoro più ampio su autorevolezza, chiarezza delle entità, contenuti verificabili e distribuzione delle informazioni.
È lo stesso cambio di prospettiva affrontato negli approfondimenti di 4Writing sulla pianificazione editoriale GEO e sulla Search Everywhere Optimization: essere presenti nelle fonti giuste può assumere nuovi significati, ma non trasforma la visibilità in qualcosa di automaticamente controllabile.
Quando le Digital PR non sono la scelta giusta
Non tutti i problemi di visibilità richiedono una campagna di Digital PR. Anzi, riconoscere quando usare un altro canale è uno dei modi migliori per evitare investimenti difficili da giustificare.
Se l’obiettivo è ottenere copertura garantita in una data precisa, l’advertising o un progetto sponsorizzato possono essere strumenti più prevedibili. Se l’unico risultato desiderato è acquistare un determinato numero di link, siamo nel territorio della link acquisition, non delle PR. Se l’azienda non dispone ancora di una storia, di competenze utilizzabili, di dati o di un altro asset realmente interessante, può essere più sensato costruire prima quel materiale.
Ci sono poi casi in cui la priorità è altrove: un sito che non permette agli utenti di capire cosa vende difficilmente risolverà il problema ottenendo un articolo su una testata. La copertura può portare attenzione. Non può correggere tutto ciò che succede dopo il click.
Gli errori che trasformano una Digital PR in semplice ricerca di visibilità
Molti errori nelle Digital PR nascono dallo stesso problema: mettere la pubblicazione davanti alla ragione per cui dovrebbe esistere.
Tra i segnali più comuni ci sono:
• Partire dalla testata invece che dalla storia: “vogliamo uscire su quel giornale” arriva prima di “abbiamo qualcosa di interessante per i suoi lettori”.
• Confondere quantità e pertinenza: cento email inviate non valgono più di dieci pitch realmente coerenti.
• Chiamare earned ciò che è paid: un contenuto sponsorizzato può essere utile, ma non diventa copertura editoriale indipendente cambiando nome.
• Usare il comunicato stampa come notizia: il documento trasporta l’informazione, non la crea.
• Valutare tutto attraverso i backlink: il link può essere importante, ma non è l’unica forma possibile di risultato.
• Misurare soltanto ciò che fa scena nel report: impression teoriche, quantità di uscite e metriche proprietarie hanno poco significato senza un collegamento con l’obiettivo.
La correzione, in fondo, è sempre la stessa: tornare alla domanda iniziale. Che cosa stiamo offrendo al pubblico e alla redazione che non sia semplicemente la nostra necessità di essere visibili?
Domande frequenti sulle Digital PR
Digital PR e link building sono la stessa cosa?
No. Possono sovrapporsi e una campagna di Digital PR può ottenere backlink, ma partono da logiche diverse. La link building lavora esplicitamente sull’acquisizione di collegamenti; le Digital PR lavorano sulla creazione e distribuzione di una storia o di un asset capace di ottenere copertura. Il link può essere uno dei risultati.
Bisogna pagare per ottenere una pubblicazione?
Non necessariamente. Nelle attività earned la pubblicazione deriva dalla decisione editoriale del media. Esistono anche articoli sponsorizzati, native advertising e altre collaborazioni a pagamento, perfettamente legittime quando sono dichiarate e gestite correttamente, ma non vanno confuse con la copertura guadagnata.
Inviare un comunicato stampa significa fare Digital PR?
Il comunicato stampa può essere uno degli strumenti utilizzati in una campagna, ma da solo non basta. Prima servono un’informazione notiziabile, interlocutori pertinenti e una strategia di distribuzione. Un comunicato senza una vera notizia rimane un documento aziendale.
Le Digital PR aiutano la SEO?
Possono produrre effetti utili anche per la SEO, per esempio quando una risorsa viene citata e collegata editorialmente da siti pertinenti. Non esiste però una garanzia di miglioramento del ranking e i link ottenuti attraverso accordi commerciali devono essere trattati secondo le indicazioni previste da Google per i collegamenti sponsorizzati.
Come si valutano i risultati di una campagna?
Partendo dall’obiettivo. Numero e qualità delle pubblicazioni descrivono gli output, mentre traffico, risposta del pubblico e altri cambiamenti osservabili aiutano a valutare gli outcome. Quando possibile si analizza anche l’impatto sull’organizzazione, mantenendo prudenza nel distinguere ciò che la campagna ha realmente causato da ciò che è soltanto avvenuto nello stesso periodo.
La pubblicazione è il risultato, non la strategia
Le Digital PR funzionano meglio quando smettono di essere una caccia alla testata, al backlink o al nome famoso da inserire nel report. Il lavoro più importante viene prima: trovare qualcosa che abbia valore fuori dal perimetro dell’azienda, trasformarlo in una storia leggibile e portarlo alle persone per cui quella storia può avere davvero senso.
La regola da ricordare è semplice. Se l’unico motivo per cui un contenuto dovrebbe essere pubblicato è che il brand desidera essere pubblicato, manca ancora un pezzo della strategia.
