La figura e il ruolo del docente sono in crisi
Da qualche anno a questa parte, la diffusione dell’uso degli LLM di intelligenza generativa a scuola ha sollevato parecchie domande di carattere etico, professionale e deontologico. Una tra queste riguarda il futuro del ruolo del docente.
Che ne sarà di questa figura, del suo sapere e della sua ragion d’essere? Intanto, in classe studenti e studentesse tendono a bypassare il confronto con l’esperienza del docente. Preferiscono consultare un’altra intelligenza, automatizzata, veloce e assertiva.
In questo articolo non mi limiterò a spendere delle buone parole per l’IA o a demonizzarla. Il mio intento non sarà condividere una visione apocalittica o integrata di questa nuova tecnologia.
Da persona che vive e ha respirato diversi microclima di classe e di scuola, da docente in continua formazione voglio accompagnare chi legge questo articolo a capire cosa c’è più in profondità del mestiere di insegnare.
La paura di essere sostituiti è un distrattore. Dietro questo panico e terrore c’è la crisi del docente e della sua autorevolezza pedagogica.
L’IA sostituirà i docenti?
Questa domanda assume un significato e un peso da fine del mondo solo se non si hanno gli strumenti per contestualizzare lo strumento artificiale e il ruolo del docente.
È chiaro che se si avallano le competenze del docente come la sua capacità contestuale, l’entropatia pedagogica, la presenza viva e l’ascolto attivo, solo per citarne alcune, sì, l’IA sostituirà il docente.
Tuttavia, è chiaro che non è possibile paragonare una persona a una macchina. Non solo non avrebbe senso, ma sarebbe assurdo. Non hanno nulla in comune il docente e Chat GPT, Perplexity, Gemini o Claude.
Anzi, in minima parte potrebbero essere accomunati dalla fallibilità. Bassa in percentuale per l’IA e alta per i docenti. D’altronde come si dice “errare è umano”. Per l’AI non esiste l’errore ma la mancanza di dati che la allontanano dal rendere perfettibili gli output.
Queste due intelligenze, una umana e l’altra artefatta sono tanto simili quanto diverse. La prima nella sua complessità è difficile da controllare, dominare. Si evolve, è contraddittoria e anarchica. Quella artificiale se non è guidata sembra un disco rotto. Si inceppa, fornisce sempre le stesse risposte, ti ammalia, ti fa sentire compreso, è subdola ma non scaltra. Ha bisogno che tu le fornisca un contesto, una fotografia per rispondere. Perché più che intelligente è ripetitiva e riproduttiva, mentre la prima è maieutica e davvero generativa.
Le competenze del docente che l’intelligenza artificiale non potrà mai avere
Il docente è come un incantatore di serpenti. Può conoscere le tecniche, la musica adatta, prevedere le azioni e le paure degli studenti. Tuttavia, la conoscenza acquisisce valore e quindi potere quando c’è l’esperienza. Infatti, il docente ha l’esperienza che l’intelligenza artificiale non ha. Quando entra in classe può essere un tuttologo. Tuttavia, il suo sapere risulta sterile se viene semplicemente trasferito o se viene usato con l’intento di riempire menti.
Il suo sapere ha valore se si dimostra che la sua esperienza nasce dal suo vissuto.
L’intelligenza artificiale è manchevole di esperienza, di capacità contestuale, di osservazione fenomenologica ed ermeneutica. Non è in grado di tradurre i dati raccolti in strategie educative e didattiche orientate all’autonomia della persona.
Lo scopo dell’intelligenza artificiale non è rendere autonome le menti umane. Vuole invece intrappolarle in un meccanismo di costante richiesta di aiuto.
Vediamo nei prossimi paragrafi più nel dettaglio le competenze del docente che l’IA non potrà replicare.
Una delle soft skill per docenti difficili da eguagliare, l’intelligenza emotiva
Sapere ascoltare con le orecchie e con il cuore è un’operazione difficile da leggere per una macchina. Anche quando provi a trascrivere il tuo stato d’animo e le spieghi i dettagli delle tue frustrazioni, ci sarà un cumulo di parole non scritte, di emozioni celate, di non detto e non sentito che gli LLM non potranno tradurre. Anche nella migliore delle ipotesi, come inglobare i manuali di psicologia della mente, non potranno restituire consigli o istruzioni sul come reagire.
Questo accade perché manca di intelligenza emotiva. Una capacità che si può apprendere ma va allenata con materia umana in carne e ossa. Di sicuro non attraverso uno schermo e una tastiera.
Quando un docente entra in classe, legge le storie delle persone che ha davanti prima ancora che aprano bocca. Le legge nella postura, nello sguardo basso, nella risata fuori posto, nel silenzio di chi di solito parla. Sa quando insistere e quando fermarsi. Sa quando una spiegazione può aspettare e quando invece i suoi studenti hanno bisogno che qualcuno si accorga di loro.
L’incontro con l’eros pedagogico: perché il docente sa far innamorare?
Il docente è il veicolo attraverso cui gli studenti incontrano il sapere. E a volte se ne innamorano. A questo punto si azzera la fatica delle ore trascorse sui libri a capire una frase, a svolgere una ricerca perché gli studenti e le studentesse di una classe hanno scoperto qualcosa che li motiva e li incuriosisce.
Gemini o ChatGPT sono enciclopedie virtuali aumentative che raccolgono informazioni da ogni motore di ricerca. Le filtrano in base alle tue richieste, ma sono portatori di un sapere che non è stato metabolizzato. Il docente, invece, può farlo e quando propone una poesia, un racconto o un fatto scientifico filtra quel contenuto grazie a una sua competenza paraverbale innata composta dalle componenti corpo, voce, ritmo ed espressività facciale.
E qui avviene qualcosa di magico. L’apprendimento non avviene per trasferimento ma per effetto dei neuroni specchio. Poter assistere a una lezione di letteratura di un docente che con mimica facciale e una calda intonazione legge gli ultimi versi del canto del Paradiso, non è proprio come chiedere a Chat GPT di fare la parafrasi.
«Ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle.»
Manca il trasferimento delle emozioni. Non c’è il vibrare in grado di smuovere anche lo studente più disinteressato.
Autorità e autorevolezza in pedagogia: cosa cambia con l’IA?
È vero che con l’avvento dell’IA è come se la figura del docente ne uscisse indebolita. Oggi, il docente è considerato più un burocrate che formatore di menti.
Compila registri, documenti, corregge verifiche, valuta. È fagocitato dalla vita scolastica che non si conclude entro le cinque ore di lezione a scuola. Partecipa alla programmazione delle lezioni, alle riunioni collegiali e alle più svariate attività di formazione propria e degli studenti in orario extrascolastico.
Nel destreggiarsi tra scadenze e doveri è come se si perdesse il senso del ruolo pedagogico e cioè incontrarsi con gli studenti per formarli.
Ecco perché davanti a questa fotografia di svuotamento del suo perché professionale, il problema non è l’IA. L’intelligenza artificiale è solo l’ amplificatore di un vaso di Pandora che è stato scoperto.
Questo vaso contiene la crisi del tessuto scolastico nelle sue dinamiche, nei suoi processi di formazione, nella selezione e assunzione di docenti validi, nella retorica della meritocrazia che tende ad escludere più che includere. E gli studenti che sono molto attenti si sono accorti di questa crepa nell’architettura del sistema scuola e del quadro del docente.
Se ne accorgono quando il docente non trasmette amore per il sapere e siede alla cattedra solo per occupare un posto. Vedono quando non c’è l’interesse a creare una relazione educativa che trascenda dai contenuti oggetto di formazione. Sentono quando manca il progetto di creare un confronto educativo che guida e orienta nella complessità.
Di conseguenza, la tentazione di bypassare quella figura insapore, giudicante e burocratica, per chiedere all’IA è tanta.
Qui il problema principale è che non si riconosce più l’autorevolezza del docente per il suo sapere perché non c’è nella sostanza o l’ha trascurata. Vedono, insomma, solo un’autorità sbiadita, incapace di padroneggiare le fila della complessità scolastica e generazionale.
La credibilità del docente disegnata secondo l’E-E-A-T di Google
A questo punto se vogliamo far sì che i docenti si riappropriano del proprio ruolo e della propria responsabilità educativa bisogna mettere a fuoco i propri punti di forza. Valorizzarli significa lavorare su quel vantaggio competitivo. Nessun robot o macchina potrà mai copiare il fattore umano. Così, vediamo insieme l’E-E-A-T del docente per costruire la sua credibilità e affidabilità.
La prima E di experience si riferisce all’esperienza vissuta, agli anni di docenza, di incontri umani, apprendimento dagli errori che rendono unico il proprio bagaglio professionale e umano.
La seconda E di expertise riguarda la competenza di gestione della classe e risponde alla domanda “come acquisire autorevolezza in classe?”. Di certo non attraverso l’impiego della penna rossa, il ricatto emotivo o il silenzio punitivo. Gestire la classe comporta il creare connessioni umane, accogliere e avvicinare le diversità del suo tessuto.
Poi c’è L’A di authoritativeness, cioè l’autorevolezza che dipende dalla sua capacità di allineare il ruolo che ricopre con la sua persona. Le classi hanno un disperato bisogno di un riferimento etico e intellettuale. Non è vero che non amano le regole. Tutti abbiamo bisogno di regole perché senza non saremmo in grado di gestire il peso della libertà. La nuova generazione non vuole dei paletti che mancano di una spiegazione critica e razionale del limite imposto.
Infine, la T di trustworthiness, cioè la costruzione della fiducia che nasce dalla capacità di affidarsi completamente all’altra persona. La fiducia si coltiva nel tempo, nella ritualità e con costanza. Si afferma quando si smette di vedere la vulnerabilità dell’altra persona come sinonimo di debolezza per colpirla ma come punto di forza da cui rifiorire.
La sfida del docente rispetto alla delega cognitiva e al debito cognitivo
Il compito del docente ha un’ulteriore sfida davanti a sé. Oltre la sfida della responsabilità educativa c’è quella tecnologica. Come si insegna a pensare se si ha la certezza di avere sempre una risposta a portata di mano?
Si può guidare nella scomposizione della risposta e nella formulazione delle domande che accompagnano alla verifica delle fonti. L’esercizio dell’analisi della fondatezza delle informazioni e del dubbio di qualsiasi affermazione o teoria.
Questa pratica di verifica è funzionale a preservare le competenze cognitive degli studenti rispetto all’intelligenza generativa. Il sapersi interrogare, usare il pensiero critico sono le competenze del futuro e del lavoro per evitare di essere sostituibili.
Il docente diventa così custode del processo. Acquista potere il modo di conquistare le conoscenze più che il cosa e il risultato. Il suo intervento è un invito all’esercizio del pensiero critico. Diventa una lezione di vita che insegna a stare nella fatica invece di aggirarla o scongiurarla.
Il docente come facilitatore di lettura della realtà contro i bias dell’intelligenza artificiale
L’altro compito, quello più delicato e anche più complesso del docente è guidare la classe a sviluppare una propria visione indipendente del mondo. Soprattutto durante l’adolescenza quando ogni idea o pensiero sono assoluti, imparare a vedere le sfumature e a leggere le fessure di un testo o di un video equivale ad acquisire la capacità di decodifica, sviluppare l’alfabetizzazione funzionale, sapere leggere e comprendere. Capacità non scontate visto che oggi i tassi di lettura di un libro sono molto bassi nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni rispetto alla media dei paesi europei come Lussemburgo e Danimarca ( Dati Istat 2022). A questi dati preoccupanti si aggiunge la funzione di ghettizzazione e discriminazione che esercita l’IA sui suoi utilizzatori.
Riuscire a liberarsi dai bias dell’intelligenza artificiale legati al genere, alla razza, alla religione e cultura corrisponde a porsi le domande chiave come: “Chi manca in questa analisi o chi sto escludendo”; “Chi ha prodotto queste analisi e da dove provengono?”.
Cosa sono i bias algoritmici e cosa può fare il docente?
I bias algoritmici sono degli stereotipi che l’intelligenza artificiale contribuisce ad alimentare e diffondere poiché non si occupa di scremare le informazioni. Le raccoglie attingendo all’immenso catalogo della rete web senza analizzarle in maniera critica. Ne consegue l’impossibilità di ripulire le notizie dall’effetto alone che è portatore di pregiudizi e deduzioni affrettate. E ancora di più significa reiterare una sola versione o lettura della storia. Pensiamo a come vengono raccontati alcuni fatti storici. La conquista dell’America, la rivoluzione americana e la conquista del West sono riportate solo secondo la visione del suprematismo bianco e dell’egemonia culturale. Questa lettura è oggetto di riflessione e apprensione perché non allena gli studenti al pensiero critico e ad assumere la posizione critica e consapevole della storia.
Ecco perché il saper riconoscere i bias algoritmici è una questione politica oltre che culturale.
Le nuove soft skill per docenti nell’era dell’intelligenza artificiale a scuola
Davanti alla liquidità del web e dei suoi strumenti digitali occorre che la figura del docente sia camaleontica. Si adatta ai tempi, aggiorna le sue competenze senza, però, perdere la sua autorevolezza.
Una qualità che si traduce in facilitazione e mentorship del presente e degli scenari futuri. Serve imparare a convivere con le nuove frontiere tecnologiche. Il docente può dimostrare che gli LLM possono essere usati in modo intelligente al proprio servizio, per ottimizzare il proprio lavoro senza farsi sostituire nelle scelte e nelle azioni.
A maggior ragione il docente deve spiegare l’importanza di usare con consapevolezza e spirito civico l’intelligenza artificiale proprio perché non esiste la neutralità del linguaggio e delle parole. Ogni attore che vive nella società civile è responsabile del modo in cui contribuisce in maniera tacita, esposta o indifferente alla narrativa della realtà.
Il ruolo del docente nel futuro della scuola: una relazione sinergica con la tecnologia
La tecnologia è materia tecnica senza anima. Trattare gli LLM come strumenti antropomorfi dotati di sentimenti non aiuterà a far capire alle giovani generazioni il confine tra umanità e meccanicità. Quello che invece ci interessa è capire che non possiamo usare Claude al posto di una figura umana. Claude non è uno psicologo, migliore amico, un docente o un surrogato efficiente dei genitori.
Nei passaggi che conducono all’utilizzo di questa nuova tecnologia è necessario rimarcare un aspetto che anche da adulti si fa fatica a tollerare. Anche se sembra che ci sia qualche alta tecnologia che fa per noi, dobbiamo sforzarci il più possibile a preservare la nostra integrità e unicità umana.
Dietro le apparenze, non esiste qualcosa che lavora, scrive, studia o gestisce relazioni al posto nostro.
Tutto ciò che è effimero e reale richiede progettualità, capacità di costruire, fatica, sacrificio anche sofferenza e solitudine a volte.
In un mondo in cui vince l’omologazione, la performance e nessun capello fuori posto, dobbiamo avere il coraggio di sbagliare e farlo in modo consapevole e per nostra scelta.
Abbiamo ancora bisogno di docenti che lo spieghino in classe. Vogliamo che quando entrano in classe ci chiedano cosa ci piace, chi siamo e quali sono i nostri valori.
Queste tre domande sono sufficienti per costruire identità dinamiche, pensanti e umane.
