Raffale, ieri sera a Grand Tour Italia, mentre dialogavi con Matteo Bortolotti (il mio essere umano preferito!) davanti a una sala piena, ho perso il conto delle volte in cui ho pensato “ecco, questo me lo segno”. Era una di quelle presentazioni che non finisce con la riga conclusiva ma con un quaderno mentale pieno di asterischi, frecce, “ricordati di…”. Ed è da lì che parto, perché la sensazione di uscire da quel dialogo con la voglia immediata di tornare alle prime pagine è il modo più onesto che ho di dire che questo libro funziona.
Funziona, secondo me, per una ragione precisa, che hai detto in modo limpido proprio nel confronto con Bortolotti: oggi sull’intelligenza artificiale serve smettere di parlare tecnico e iniziare a parlare umano. Non perché la parte tecnica non conti (conta eccome) ma perché ne abbiamo già abbastanza, e quasi nessuno invece ne sa abbastanza dell’altra cosa, quella che riguarda come ci poniamo, con che testa ci sediamo davanti alla macchina, cosa le chiediamo e perché. Lo dici a un certo punto, e mi ha fatto annuire forte: In cosa posso esserti utile? (Mondadori) non è un libro sull’IA. È un libro su di noi che la usiamo. È una cosa che cambia tutto il modo di leggerlo.
Cinque capitoli, cinque ambiti – creatività, produttività, bias, studio, domande – e in ognuno il movimento è sempre lo stesso: si parte da un’emozione negativa e si lavora pian piano per trasformarla in una positiva. Dalla frustrazione alla meraviglia. Dall’ansia da prestazione alla calma consapevole. Dal sospetto all’attenzione. Dalla demonizzazione alla disciplina. Dal cinismo alla curiosità. È un trucco didattico, perché parte sempre da dove sei davvero (non dove dovresti essere) e ti porta altrove senza che tu te ne accorga. È un libro che non ti fa la predica e non ti giudica, ti fa compagnia.
E poi c’è la promessa, dichiarata nell’introduzione e mantenuta riga dopo riga: semplicità, concretezza, trasparenza. Semplificare senza banalizzare, dici, e questa è una distinzione che pochi divulgatori sanno tenere insieme davvero. Tu sì. Si vede che gli esempi non sono presi da un PowerPoint, ma da Claudia con gli occhiali neri e la maglietta del manga, dal barista sotto casa che inventa drink personalizzati, dalle email vere, dalle riunioni vere. È il “diritto di spizzicare” di Pennac applicato a un libro che potresti aprire a caso e trovarci comunque qualcosa che ti riguarda.
Tre passaggi che mi sono rimasti in testa, in ordine sparso.
L’IA è un trampolino, ma il salto lo devi fare tu. È la frase che apre il capitolo sulla creatività e che secondo me è la chiave dell’intero libro. Spiega in cinque parole perché chi delega tutto si atrofizza e perché chi pretende di non usarla resta indietro. Il punto non è lo strumento, è il rimbalzo che decidi di prendere.
Efficienza ed efficacia non sono la stessa cosa. Nel capitolo sulla produttività smonti pezzo per pezzo l’ossessione del fare di più, e proponi il fare di meglio. La metafora del corridore che diventa velocissimo ma sta correndo nella direzione sbagliata è una di quelle cose che, una volta letta, ti rimane. È un antidoto contro quella che chiami giustamente la “trappola del moltiplicatore di mediocrità”: usare l’IA solo per produrre più email, più contenuti, più presentazioni, senza chiedersi se servivano.
Più l’IA è brava a dare risposte, più diventa chiave la nostra capacità di fare domande. Il capitolo finale è il mio preferito, forse perché chiude il cerchio in modo elegante: l’IA non sostituisce la nostra intelligenza, sposta il collo di bottiglia. Il valore umano è nel chiedere bene. Fare domande di qualità è più faticoso che cercare risposte di qualità. Ma è esattamente la fatica che dobbiamo accettare.
Lo consiglio a chiunque oggi usi l’IA e cioè, in pratica, a chiunque. Ma soprattutto a chi la usa nel lavoro, dentro processi che ormai guida lei: chi prepara contenuti, chi prende decisioni, chi forma persone, chi costruisce prodotti. Siamo in una fase in cui l’IA va contemporaneamente governata (sennò ci porta dove le pare) e usata bene (sennò non ci porta da nessuna parte), e il tuo libro tiene insieme questi due piani senza scivolare nell’allarmismo o nell’entusiasmo da convegno.
In fondo lo dici tu stesso nella conclusione: l’IA è uno specchio di ciò che siamo, e sta a noi decidere se rifletterà la parte migliore o quella peggiore della nostra umanità. Ecco, In cosa posso esserti utile? è un manuale di pulizia di quello specchio. E in un’epoca in cui tutto corre (come direbbe ChatGPT), hai ragione: la profondità diventa una forma di ribellione.
Grazie del libro, e grazie della serata.
