Ale, te lo devo dire: hai scritto proprio un bel libro. Di quelli che apri pensando di sfogliare qualche pagina per curiosità e ti ritrovi, un’ora dopo, ancora immerso a sottolineare e a prendere appunti. Te lo dico con tutta l’onestà di chi di libri sul digitale ne ha letti parecchi – molti dei quali dimenticati il giorno dopo. Il tuo no, resta.
E ora lasciatemi raccontare perché.
“Essere la risposta” arriva in un momento in cui chiunque abbia un business online sente il terreno muoversi sotto i piedi, ma fatica a capire esattamente in quale direzione stia andando tutto. L’Intelligenza Artificiale è ovunque, se ne parla a ogni conferenza, in ogni newsletter, in ogni call con i clienti. Eppure, pochissimi riescono davvero a fare chiarezza. Agostini ci riesce, e lo fa con la semplicità di chi ha capito a fondo le cose e non ha bisogno di nascondersi dietro tecnicismi e acronimi per sembrare autorevole.
Il libro accompagna il lettore in un viaggio che parte da una constatazione che è sotto gli occhi di tutti il modo in cui le persone cercano informazioni online è cambiato radicalmente. Siamo entrati nell’era delle conversazioni con l’AI, delle risposte sintetizzate da ChatGPT, Gemini, Perplexity e Claude, di un mondo in cui il sito web non è più la destinazione finale del cliente, ma diventa un ingrediente – uno tra tanti – della risposta che l’Intelligenza Artificiale costruisce per noi. Agostini lo spiega così: i nostri siti web, da ristoranti con sala e camerieri, si sono trasformati in cucine che riforniscono gli chef digitali. E se la cucina è chiusa, o se il piatto non è buono, lo chef andrà a rifornirsi altrove.
Quello che mi ha colpito è la capacità dell’autore di mettere insieme venticinque anni di esperienza manageriale (da Bolton a Campari, da Ferrero fino alla sua AvantGrade.com) e trasformarla in un percorso chiaro, concreto, praticabile. Traccia una strada per chi, in questo momento, si trova davanti a decisioni importanti sugli investimenti dei prossimi anni e ha bisogno di una bussola affidabile.
Il concetto di GEO (Generative Engine Optimization) viene esplorato nella sua complessità a partire da come funzionano i Large Language Models, di come i bot dell’AI scansionano e “digeriscono” i nostri contenuti, di cosa significhi davvero essere AI-friendly. Spiega il Query Fan-Out (quel meccanismo per cui una singola domanda posta a ChatGPT genera decine di sotto-domande simultanee) con la metafora del sasso lanciato nell’acqua: onde concentriche che si allargano e che, se non incontrano i nostri contenuti, troveranno quelli di qualcun altro. Parla di brand reputation in un mondo in cui le piattaforme AI sono diventate i nuovi guardiani della conoscenza, i nuovi intermediari tra un marchio e il suo cliente.
C’è un capitolo dedicato alle voci dei manager – da KIKO Milano a Edenred, da Trenord a Multiversity – con testimonianze di chi sta già vivendo questa transizione sulla propria pelle e racconta cosa sta funzionando e cosa no. C’è una frase di Alberto Cavalli che sintetizza il cambio di paradigma “Con Google Ads potevi comprare visibilità, con l’AI non funziona così” La reputazione che conta oggi è quella organica, costruita nel tempo con contenuti di qualità e menzioni credibili.
Insomma, si va “all-in” sull’AI, certo, perché è necessario. Ma, di conseguenza, si va ancora più forte, all-in, sulla nostra umanità. Perché chi conosce l’AI e resta umano, vince.
Se lavorate nel marketing digitale, se guidate un’azienda che vive anche di visibilità online,
se dovete decidere dove allocare budget e risorse nei prossimi tre-cinque anni, questo libro dà una giusta direzione.
E Ale, se mi stai leggendo: grazie. Hai fatto un regalo a chiunque voglia capire davvero cosa sta succedendo! Chapeau.
