La scena è questa. Sei a metà di un paragrafo che sta finalmente venendo bene… Solo che ti torna in mente la mail di Giorgia, la tua cliente a cui non hai risposto venerdì. L’accompagni gentilmente all’uscita dei tuoi pensieri, perché adesso stai scrivendo altro e la mail non è urgente.
Trenta secondi dopo Giorgia è di nuovo lì. L’ultima volta che vi siete sentiti è stata molto gentile. Di nuovo? La porti metaforicamente all’uscita: niente di personale, Giorgia!
Poi, dopo un altro minuto ti fermi a pensare: “Di cosa parlava quella mail? Problemi al PED di ottobre?”.
Alla terza volta che ti interrompi hai perso il filo del discorso e stai rispondendo alla mail di Giorgia, che poteva aspettare ancora un po’. Così tarderai per la consegna dell’articolo!
No, non è colpa della tua forza di volontà. È la tensione cognitiva che funziona così, è nel nostro cervello e c’è un modo per usarla invece di combatterla. Ti interessa sapere come? Andiamo avanti, allora!
Che cos’è l’interruzione volontaria?
L’interruzione volontaria è una pausa breve, decisa da te, in cui trascrivi un pensiero, un’idea o un compito che si è presentato all’improvviso nella tua mente, oppure tra le tue notifiche, per poi tornare a quello che stavi facendo dopo averlo programmato. Non ti fermi per svolgere il compito intero, ma ti prendi il tempo per “sistemarlo”.
Fare questo dura pochi secondi e non richiede strumenti particolari: basta un taccuino, l’app di note del telefono o quella sul tuo pc, un foglio di carta accanto alla tastiera sulla tua scrivania. L’importante è che ci sia sempre a portata di mano qualcosa su cui catturare quel pensiero che ci sta ballando la taranta nella testa.
Nel mio libro pubblicato con Hoepli “La scrittura geniale”, chiamo questa capacità di interrompersi per parcheggiare i pensieri “frizione positiva”.
A volte lo stimolo arriva dall’esterno, non dall’interno. Non è un nostro pensiero, ma un richiesta di altri. È in quel momento che dobbiamo essere ancora più bravi a creare un cuscinetto tra l’attività che stiamo svolgendo e l’interruzione che “ci sta distraendo”.
La differenza è tutta nel nostro restare in controllo, nella risposta che diamo all’interruzione che ci viene proposta.
La notifica che ci sta disturbando non decide al posto nostro quello che dobbiamo fare. Puoi scegliere di non farti interrompere, almeno non subito (e quasi sempre è più che fattibile, anche in contesti lavorativi molto dinamici). L’interruzione diventa volontaria quando la decidi tu e proprio per questo smette di essere una distrazione e diventa una strategia produttiva. Bum.
Quando scatta una notifica, quando vibra lo smartphone, quando qualcuno chiama dall’altra stanza e noi stiamo già facendo qualcosa in cui siamo concentrati, non reagiamo subito: prendiamo tempo. Non tanto, ne basta poco. Decidiamo quando possiamo fermarci e prepariamoci a passare da un contesto all’altro. Stiamo parlando di attività quotidiane e non di situazioni di emergenza.
In fin dei conti, basta un minuto per predisporsi. Finiamo la frase che stiamo scrivendo, concludiamo la lettura del paragrafo… Beviamo un sorso d’acqua e affrontiamo quella che non è più un’interruzione, visto che non ci siamo fatti interrompere se non quando lo desideravamo noi.
Nel caso della mail di Giorgia, puoi appuntarti che entro la fine del pomeriggio le risponderai con una soluzione. Puoi anche ipotizzarle in breve cosa scriverle. Così facendo, smetterai di pensarci fino a quando non te ne occuperai.
Io ho un taccuino in tasca da quando avevo sedici anni. Fermarsi per creare una “frizione positiva” al momento giusto significa imparare ad ascoltarsi. All’inizio sembra scomodo, ma poi il gesto diventa automatico e ci ripaga con la consapevolezza che non veniamo più distratti dagli stimoli esterni e decidiamo noi quando rispondervi.
Ricorda: “Se non l’hai scritto, l’hai soltanto pensato!“
Perché i pensieri incompiuti continuano a tornare?
Perché il cervello li tiene appesi sulla nostra lavagna mentale. È una cosa che due ricercatrici hanno osservato durante le loro ricerche quasi cent’anni fa, entrambe erano allieve di Kurt Lewin a Berlino.
L’effetto Zeigarnik (1927)
Ne avrai già sentito parlare. Bluma Zeigarnik, psicologa lituana formatasi in Germania, pubblicò nel 1927 uno studio sui compiti che vengono interrotti. La sua osservazione era che le persone ricordassero meglio le attività lasciate a metà rispetto a quelle portate a termine. L’interpretazione che ne diede è quella che ci interessa: un compito incompleto genera una tensione cognitiva che resta finché il compito non si chiude.
Hai presente quando ti svegli e prima ancora di alzarti ti ripassi mentalmente la lista delle cose che farai durante la giornata? Quella roba lì. E sì, vale anche per la mail di Giorgia.
L’effetto Ovsiankina (1928)
L’anno dopo Bluma, Maria Ovsiankina pubblicò un lavoro complementare a quello della collega, nel quale misurava il comportamento delle persone quando vengono interrotte durante un compito: quando gliene si dava l’occasione, i partecipanti al suo esperimento tendevano a riprendere spontaneamente le attività che stavano svolgendo, anche quando l’esperimento si era già concluso.
Una meta-analisi pubblicata nel 2025 su Humanities and Social Sciences Communications, che ha messo insieme la letteratura successiva, ha confermato la tendenza a riprendere i compiti interrotti e la tensione che creano queste interruzioni.
Ecco spiegato perché le cose da fare ci perseguitano finché non le abbiamo fatte. E perché programmarle può calmare questa tensione.
Tutte le interruzioni fanno lo stesso danno?
Hans Selye, l’endocrinologo che ha costruito il concetto moderno di stress, nel 1974 propose di distinguere il distress dall’eustress. Il primo ci logora e ci consuma. Il secondo invece ci stimola, aumenta la motivazione e migliora le nostre prestazioni. Un po’ come il colesterolo, esiste uno stress buono e uno cattivo: sto semplificando parecchio, mi perdonerete.
Fermarsi per scrivere un appunto, sta dalla parte buona dello stress. Ecco perché è una “frizione positiva”: ci prendiamo il tempo per allontanarci momentaneamente da quello che stavamo facendo e ci costringiamo a mettere a fuoco cosa stiamo pensando, per poi ritornare a fare quello che stavamo facendo con la mente sgombra.
La notifica che arriva mentre stiamo lavorando sta dall’altra parte dello stress. Perché non l’abbiamo scelta. Ma se possiamo programmare quando leggere le notifiche, diciamo ogni 25 minuti, allora quella notifica non sarà più una distrazione.
Come si pratica l’interruzione volontaria mentre lavori?
Servono tre condizioni e nessuna richiede (per forza) l’uso di un software.
- Un sistema raggiungibile in tre secondi. Il taccuino in tasca, l’app di note che tieni aperta sul desktop, il foglio di carta accanto alla tastiera. Se devi cercarlo, non lo userai. Deve essere a portata di mano.
- Un momento di stacco, non uno strappo. Non ti fermi a metà frase, a metà call, a metà lavoro. Ti prendi un po’ di tempo per uscirne, chiedi un attimo di pausa al tuo interlocutore scusandoti, poi scrivi la tua nota. Trenta secondi e poi ricominci.
- Una nota imperfetta. Non stai scrivendo un’elegia. Stai parcheggiando un pensiero. “Rispondi alla mail di Giorgia entro stasera: il PED lo invertiamo e spingiamo di più nella seconda metà del mese”. Tutto qui, basta e avanza.
Se sei in mezzo a una conversazione, avvisa la persona che hai davanti: “Dammi qualche secondo che mi scrivo un appunto”. Nella mia esperienza nessuno se l’è mai presa, viene letto come un gesto di rispetto verso l’altro e verso se stessi.
Perché è meglio avere scritto e cancellato che non avere scritto mai?
Perché il costo di scrivere una nota che poi butti è di trenta secondi, mentre il costo di perdere un’idea che ti serviva non lo puoi calcolare in anticipo.
La prima cosa che pensiamo quando leggiamo una frase che ci colpisce è “questa me la devo ricordare”, e poi torniamo a scrollare come se niente fosse. Nel novantanove per cento dei casi, dieci minuti dopo ci chiediamo cos’era che ci dovevamo ricordare.
Quando sai che i pensieri hanno un posto dove vengono conservati, cominciano a presentarsi con meno insistenza per distrarti.
Provaci per una settimana, con una regola sola: ogni volta che un pensiero si fa insistente, ogni volta che un’interruzione prova di mandarti fuori strada, aspetta il momento giusto per fermarti e scrivere. Poi torna a quello che stavi facendo.
Alla fine dei sette giorni guarda cosa hai raccolto, misura il tuo stress e valuta se la tua concentrazione è migliorata. Io mi segno subito che secondo me lo sarà.
Fonti citate:
Zeigarnik B., Psychologische Forschung, 1927.
Ovsiankina M., Die Wiederaufnahme unterbrochener Handlungen, Psychologische Forschung, 1928.
Meta-analisi sugli effetti Zeigarnik e Ovsiankina, Humanities and Social Sciences Communications, 2025.
Selye H., Stress Without Distress, 1974.
