Scritto con l’AI, firmato da me: cosa significa davvero?
L’intelligenza artificiale è entrata nella produzione dei contenuti, ma la trasparenza non sembra aver seguito lo stesso ritmo. Tra obblighi normativi, responsabilità editoriale e fiducia dei lettori, per content manager e copywriter è arrivato il momento di chiedersi non soltanto quanto usare l’AI, ma anche quanto raccontarlo.
C’è una domanda che molti content manager e copywriter si sono posti almeno una volta, magari davanti a un articolo appena pubblicato: devo dire che ho usato l’intelligenza artificiale per scriverlo?
La risposta, almeno nella pratica quotidiana, sembra essere sempre più spesso: dipende. Dipende da quanto AI abbiamo utilizzato, dal tipo di contenuto, dal cliente e, soprattutto, da quanto pensiamo che i nostri lettori siano interessati a saperlo.
Ma c’è un aspetto che rende la questione particolarmente interessante: mentre l’intelligenza artificiale diventa una presenza sempre più comune nei workflow editoriali, la sua dichiarazione rimane un’abitudine tutt’altro che consolidata.
Il risultato è un piccolo paradosso professionale. Usiamo strumenti che ci aiutano a lavorare meglio e più velocemente, ma spesso preferiamo che il pubblico non sappia quanto siano stati coinvolti.
Eppure, oggi, la domanda non è più soltanto se sia legittimo utilizzare l’AI per scrivere un contenuto. È anche capire quale rapporto vogliamo costruire con chi quel contenuto lo legge.
Scritto con l’AI: il 95% dei creator usa l’AI, ma la metà non lo dichiara
Un sondaggio pubblicato da RightBlogger nel novembre 2026, nell’ambito della sua ricerca State of Blogging, offre uno spunto interessante per osservare questa contraddizione.
Secondo i risultati, il 95% dei creator intervistati utilizza l’intelligenza artificiale in qualche fase della produzione dei contenuti pubblicati. Allo stesso tempo, il 50% dichiara di non comunicare mai ai lettori il coinvolgimento dell’AI.
Il dato diventa ancora più interessante osservando il rapporto tra intensità di utilizzo e trasparenza: tra i creator che dichiarano di produrre contenuti assistiti dall’AI per una quota compresa tra il 76% e il 100% del proprio lavoro, l’84% non dichiara mai il suo utilizzo. Prima di trasformare questi numeri in una conclusione, però, serve una precisazione.
Il sondaggio coinvolge 81 rispondenti. Si tratta quindi di un campione piccolo, che non può essere considerato rappresentativo dell’intero settore del blogging, né tantomeno del mercato italiano.
I risultati vanno letti come un indizio, non come una fotografia definitiva del settore.
Ma un indizio interessante, perché suggerisce una possibile dinamica: più l’intelligenza artificiale diventa centrale nel processo di scrittura, meno chi la utilizza sembra sentire il bisogno di dichiararla.
Perché?
Forse perché l’AI viene percepita come uno strumento di lavoro, al pari di un correttore grammaticale o di un software SEO. Oppure perché, in un mercato dove la velocità di produzione è diventata una pressione costante, dichiarare il suo utilizzo viene ancora associato a una perdita di valore professionale.
C’è anche una terza possibilità: che molti professionisti non abbiano ancora una regola chiara da seguire.Ed è proprio qui che la questione diventa editoriale, prima ancora che tecnologica.
Scrivere con l’AI non significa necessariamente scrivere senza di sé
Per un copywriter, la differenza tra un contenuto generato automaticamente e un contenuto realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale non è soltanto quantitativa.
È una differenza di processo, di controllo e di responsabilità.
Pensiamo a due scenari.
Nel primo, un professionista chiede a un modello generativo di scrivere un articolo completo su un argomento che conosce poco. Riceve un testo, lo copia nel CMS, aggiunge un titolo SEO e lo pubblica.
Nel secondo, un content manager utilizza l’AI per organizzare le informazioni raccolte durante un’intervista, elaborare una prima struttura e individuare possibili angolazioni. Poi verifica le fonti, riscrive i passaggi, inserisce esempi reali, aggiunge la propria esperienza e decide quali informazioni meritano di essere pubblicate.
In entrambi i casi l’AI ha partecipato alla produzione del contenuto.
Ma il ruolo del professionista è profondamente diverso.
Nel primo scenario, la persona rischia di essere poco più di un intermediario tra un prompt e una pubblicazione.
Nel secondo, l’intelligenza artificiale è uno strumento all’interno di un processo editoriale governato da competenze umane.
La differenza non sta nel numero di parole generate dalla macchina. Sta nel valore del contributo umano e nella capacità di assumersi la responsabilità del risultato.
È anche per questo che la formula «Scritto con l’AI, firmato da me» può diventare un principio interessante per il lavoro editoriale.
Non significa rivendicare come proprio qualsiasi testo generato automaticamente. Significa poter affermare: ho utilizzato uno strumento, ma ho verificato, valutato e approvato ciò che ho deciso di pubblicare.
AI Act: cosa cambia per chi pubblica contenuti

La trasparenza nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale non è soltanto una questione di sensibilità editoriale.
In Europa, il Regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act) introduce obblighi specifici per alcune tipologie di contenuti generati o manipolati attraverso sistemi di AI.
A novembre 2026, il riferimento centrale è l’articolo 50, applicabile dal 2 agosto 2026.
Attenzione, però: non significa che ogni articolo di blog realizzato con l’AI debba necessariamente contenere un’etichetta.
La disciplina distingue diverse situazioni.
I contenuti generati o manipolati dall’AI
L’articolo 50, paragrafo 2, riguarda i fornitori dei sistemi di AI generativa, che devono assicurare che i contenuti sintetici siano marcati in un formato leggibile dalle macchine e rilevabili come generati o manipolati artificialmente, nei limiti previsti dalla normativa.
Sono previste eccezioni, ad esempio per alcune funzioni di assistenza all’editing standard.
Questa marcatura tecnica non coincide automaticamente con l’obbligo per un copywriter di inserire una dicitura visibile in ogni articolo pubblicato.
I testi che informano il pubblico su questioni di interesse pubblico. Su questo diventa fondamentale il fatto di essere scritto con l’AI ma revisionato manualmente.
È questo il passaggio particolarmente rilevante per chi lavora nell’informazione e nei contenuti editoriali.
L’articolo 50, paragrafo 4, prevede un obbligo di trasparenza per i testi generati o manipolati dall’AI e pubblicati con lo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico.
L’obbligo, tuttavia, non si applica quando il contenuto è stato sottoposto a un processo di revisione umana o controllo editoriale e una persona fisica o giuridica detiene la responsabilità editoriale della pubblicazione.
Questa distinzione è importante.
Una revisione editoriale sostanziale non equivale a un semplice controllo ortografico. Secondo gli orientamenti della Commissione europea, la revisione deve comportare un esame effettivo del contenuto, mentre il controllo editoriale deve includere la possibilità concreta di approvare, modificare o rifiutare il testo, anche sulla base della verifica delle informazioni e dell’affidabilità delle fonti. In altre parole, non basta cambiare qualche parola per poter considerare un contenuto realmente supervisionato da una persona.
E la legge italiana sull’intelligenza artificiale?
In Italia, la legge 23 settembre 2025, n. 132, è entrata in vigore il 10 ottobre 2025.
Tra gli aspetti rilevanti per chi produce contenuti c’è l’articolo 25, che interviene sulla disciplina del diritto d’autore.
La normativa riconosce la tutela delle opere dell’ingegno umano anche quando sono create con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale, purché siano il risultato del lavoro intellettuale dell’autore. È un principio che si collega direttamente al tema della responsabilità autoriale.
Dire scritto con l’AI non esclude automaticamente la possibilità di essere autori di un’opera. Ma non significa neppure che qualsiasi testo generato da un modello sia automaticamente tutelabile come opera dell’ingegno umano.
La questione dipende dal contributo intellettuale effettivo.
Per questo motivo, prima di pubblicare contenuti che coinvolgono l’AI, è opportuno distinguere tra:
- gli obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act;
- le regole sul diritto d’autore;
- le responsabilità editoriali e professionali;
- eventuali obblighi ulteriori previsti dal settore, dal contratto o dalle policy aziendali.
Il quadro normativo va inoltre verificato in relazione alla situazione applicabile al momento della pubblicazione. Il riferimento qui è il quadro normativo consultato al 5 novembre 2026.
Quanto dichiarare l’uso dell’AI in un blog?
La risposta più utile per un professionista non è «dichiarare sempre tutto» oppure «non dichiarare mai niente».
È costruire una policy editoriale che stabilisca quando la trasparenza è necessaria, quando è opportuna e come deve essere comunicata.
Un possibile criterio consiste nel distinguere tre livelli di utilizzo.
| Livello di utilizzo | Esempio | Approccio alla trasparenza |
| Supporto operativo | Brainstorming, correzione grammaticale, organizzazione delle note | Generalmente non richiede una dichiarazione visibile, salvo regole specifiche |
| Supporto alla scrittura | Scaletta, prima bozza, riscrittura di paragrafi | Valutare il contesto, le aspettative del pubblico e la policy editoriale |
| Generazione prevalente | Articolo prodotto principalmente dall’AI, con interventi umani limitati | Trasparenza particolarmente importante; verificare gli obblighi applicabili |
Questa classificazione non è una distinzione giuridica prevista dall’AI Act. È una proposta operativa per aiutare i team editoriali a prendere decisioni coerenti.
La domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto «quanto testo ha scritto l’AI?».
Piuttosto:
Il lettore potrebbe attribuire al professionista una competenza, un’esperienza o un processo di ricerca che in realtà non ci sono stati?
Se la risposta è sì, la trasparenza diventa una questione di correttezza.
Un articolo che racconta l’esperienza personale di un copywriter, ad esempio, non dovrebbe presentare come vissuti reali episodi inventati dall’AI.
Allo stesso modo, un contenuto che promette una consulenza professionale non dovrebbe simulare una competenza che il suo autore non possiede.
La trasparenza, quindi, non consiste soltanto nel dichiarare la presenza di uno strumento. Consiste nel non costruire un’impressione ingannevole sul valore e sull’origine delle informazioni.
Perché quasi nessuno dichiara l’AI?
Il dato RightBlogger suggerisce una discrepanza tra utilizzo e dichiarazione. Ma le ragioni possono essere diverse.
1. La paura di perdere credibilità
Una parte dei professionisti teme che dichiarare l’uso dell’AI possa compromettere la percezione della propria competenza.
In un mercato in cui il copywriting viene spesso valutato in base alla qualità del risultato, l’idea di aver utilizzato un modello generativo può essere interpretata come una scorciatoia.
Il rischio è che si continui a considerare l’AI una sorta di segreto professionale, anziché uno strumento da integrare consapevolmente nel proprio metodo di lavoro.
2. La difficoltà di definire che cosa significhi «usare l’AI»
Se un copywriter utilizza un modello per correggere una frase, ha senso dichiararlo?
E se lo utilizza per costruire una scaletta?
E se produce una prima bozza che poi riscrive completamente?
Non esiste una risposta universalmente valida per tutti i contesti.
Questa ambiguità rende più difficile adottare regole condivise e può trasformarsi in un motivo per non dichiarare mai nulla.
3. La trasparenza viene percepita come un costo
Dichiarare l’uso dell’AI può sembrare un passaggio che non aggiunge valore al contenuto.
Ma questa prospettiva considera soltanto il costo immediato della comunicazione.
La fiducia, invece, è un investimento di lungo periodo.
Un lettore che conosce il processo editoriale può comprendere meglio il ruolo dell’autore, valutare il contenuto in modo consapevole e riconoscere il valore del lavoro umano che lo ha accompagnato.
La trasparenza non deve diventare un disclaimer automatico e impersonale. Può essere una componente del rapporto tra un brand e il suo pubblico.
«Scritto con l’AI, firmato da me»: una nuova responsabilità editoriale
La firma di un articolo non dovrebbe essere considerata un semplice elemento grafico.
È un’assunzione di responsabilità.
Quando un professionista firma un contenuto, dovrebbe poter rispondere delle informazioni pubblicate, delle fonti utilizzate, delle affermazioni sostenute e delle scelte editoriali compiute.
L’intelligenza artificiale può contribuire a realizzare il contenuto, ma non può sostituire la responsabilità di chi decide di pubblicarlo.
Questo significa che un copywriter dovrebbe essere in grado di:
- verificare le informazioni e le fonti;
- riconoscere eventuali errori, omissioni o allucinazioni;
- distinguere i fatti dalle interpretazioni;
- aggiungere competenze, esperienze e punti di vista autentici;
- controllare che il contenuto rispetti gli obiettivi editoriali;
- assumersi la responsabilità della versione finale.
Il valore del professionista, in questo scenario, non si misura soltanto nella capacità di scrivere una frase efficace.
Si misura nella capacità di decidere che cosa vale la pena dire, perché dirlo e con quale grado di affidabilità.
È un cambiamento che riguarda anche i content manager.
La gestione dei contenuti non può più limitarsi a stabilire un calendario editoriale, assegnare brief e verificare le performance SEO.
Deve includere la definizione di processi di supervisione, criteri di qualità e regole di trasparenza.
Una policy editoriale sull’AI può essere uno strumento semplice ma efficace per evitare decisioni incoerenti tra autori, clienti e redazioni.
Come dichiarare l’uso dell’AI senza svalutare il proprio lavoro
La dichiarazione non deve necessariamente essere lunga, né trasformarsi in una confessione.
Deve essere chiara, proporzionata e coerente con il processo realmente seguito.
Ecco tre possibili formulazioni.
Per un contenuto realizzato con un supporto limitato dell’AI
«Per la realizzazione di questo articolo sono stati utilizzati strumenti di intelligenza artificiale a supporto della ricerca e dell’organizzazione delle informazioni. Il contenuto è stato verificato e revisionato dall’autore.»
Per un contenuto con una prima bozza generata dall’AI
«Questo articolo è stato sviluppato con il supporto dell’intelligenza artificiale. L’autore ha curato la revisione, la verifica delle informazioni e la versione finale del contenuto.»
Per un contenuto generato prevalentemente dall’AI
«Questo contenuto è stato generato prevalentemente con il supporto dell’intelligenza artificiale e successivamente revisionato da un responsabile editoriale.»
Le formulazioni sono esempi di comunicazione editoriale, non formule legali universali. Devono essere adattate al processo effettivo e agli obblighi applicabili.
Il principio da rispettare è semplice: non dichiarare un controllo umano che non è stato realmente svolto.
E soprattutto, non utilizzare la dichiarazione per spostare la responsabilità sullo strumento.
Scrivere «il testo è stato generato dall’AI» non rende automaticamente corrette le informazioni pubblicate.
La trasparenza non sostituisce il fact-checking.
La vera domanda non è se l’AI abbia scritto il contenuto
L’intelligenza artificiale sta modificando il lavoro dei professionisti della scrittura.
Ma il cambiamento più interessante non riguarda necessariamente la quantità di testo che una macchina può produrre.
Riguarda il modo in cui definiamo il valore di un contenuto.
Se il valore di un articolo fosse soltanto il numero di parole, allora un modello generativo potrebbe sembrare sufficiente.
Ma un contenuto professionale è molto più di una sequenza di frasi.
È una scelta editoriale, una selezione di informazioni, una prospettiva, un insieme di decisioni che rispondono a un obiettivo e a un pubblico.
L’AI può contribuire a realizzare tutto questo. Non può però assumersi la responsabilità della pubblicazione al posto di chi la decide.
Per content manager e copywriter, la trasparenza diventa quindi una questione di metodo.
Non serve dichiarare ogni singolo clic effettuato su uno strumento. Serve sapere quando il coinvolgimento dell’AI è rilevante, quando la normativa impone una comunicazione e quando il lettore ha un interesse legittimo a conoscere il processo.
Perché la credibilità professionale non nasce dal fingere di non utilizzare l’intelligenza artificiale.
Nasce dalla capacità di utilizzarla senza rinunciare al proprio giudizio.
E, soprattutto, dalla possibilità di dire con convinzione: «Scritto con l’AI, firmato da me».
FAQ: AI per scrivere, cosa sapere
Scritto con l’AI: cosa fare per essere a norma?
Per utilizzare l’intelligenza artificiale nella produzione di contenuti in modo conforme, è necessario verificare gli obblighi applicabili al tipo di contenuto e al contesto di pubblicazione.
In particolare, è importante:
- rispettare gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act, applicabile dal 2 agosto 2026;
- verificare se il contenuto rientra nelle categorie per cui è prevista una dichiarazione;
- assicurare un controllo umano sostanziale quando si intende avvalersi dell’eccezione prevista per i testi di interesse pubblico;
- verificare le informazioni, le fonti e le eventuali citazioni;
- rispettare il diritto d’autore e le regole applicabili ai materiali utilizzati;
- seguire le policy editoriali e gli eventuali obblighi contrattuali.
Non esiste un obbligo generale di inserire una dichiarazione visibile in ogni articolo di blog per il solo fatto di aver utilizzato l’AI. Questo non esclude altri obblighi di trasparenza previsti dalla normativa o dal contesto specifico.
E tu come ti comporti nella scrittura di contenuti con il supporto dell’AI?
FAQ
Posso far scrivere l’intero contenuto all’AI?
È possibile utilizzare l’intelligenza artificiale per generare un intero contenuto, ma questo non significa che sia sempre opportuno pubblicarlo senza interventi umani.
Il professionista deve verificare l’accuratezza delle informazioni, la qualità delle fonti, l’originalità del contributo e l’eventuale presenza di contenuti fuorvianti.
Inoltre, per i testi pubblicati con lo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico, l’articolo 50 dell’AI Act prevede specifici obblighi di trasparenza, con un’eccezione per i contenuti sottoposti a revisione umana o controllo editoriale e per i quali una persona fisica o giuridica detiene la responsabilità editoriale.
Se l’AI produce quasi tutto il testo e il professionista si limita a una revisione superficiale, non è corretto presumere che questa eccezione sia automaticamente applicabile.
Il punto non è soltanto chi ha scritto le parole, ma chi ha verificato, approvato e assunto la responsabilità del contenuto.
Dichiarazione contenuto scritto con l’AI: come farla?
La dichiarazione deve essere chiara, facilmente comprensibile e coerente con il reale utilizzo dell’intelligenza artificiale.
Può essere inserita in una nota editoriale all’inizio o alla fine del contenuto, oppure in un’apposita sezione dedicata alla trasparenza, purché sia facilmente accessibile e rispetti gli obblighi applicabili.
Un esempio di formulazione è:
«Questo contenuto è stato realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale. L’autore ha verificato le informazioni, curato la revisione editoriale e approvato la versione finale.»
Se l’AI ha generato prevalentemente il testo, è opportuno dichiararlo in modo più esplicito. La dichiarazione deve descrivere il processo reale: non bisogna affermare che un contenuto è stato verificato da una persona se il controllo non è stato effettivamente svolto.
La trasparenza non è una formula da copiare e incollare. È un’informazione che permette al lettore di comprendere come è stato realizzato il contenuto e chi ne è responsabile.
